Amicizia oltre ogni confine – parte 3

Stavo andando a scopare dalla mia ragazza. A casa mia avevo lasciato Luchetto, un adolescente di 17 anni pieno di ormoni con a disposizione un’intero archivio da esplorare. E avrebbe trovato foto e video porno. E in posa, in tutte le pose, avrebbe visto me e avrebbe visto la mia ragazza.
Ero impazzito .
No . Non ero impazzito. Cominciavo finalmente a capire, a rimettere ordine. Tra me e Luca era successo qualcosa, avevamo iniziato un percorso in territori sconosciuti, avevamo oltrepassato confini prima impensabili. In questo viaggio non avremmo trovato indicazioni ne esistevano mappe da consultare. Per non perderci dovevamo imporci delle regole e poi ostinatamente rispettarle. Impossibile derogare. Lui lo aveva compreso prima di me: era una questione di LEALTÀ. Si era stretto un patto, e d’ora in poi non potevano esserci più segreti tra noi: quello che era mio gli apparteneva e quello che era suo apparteneva a me.

Per un incomprensibile destino essere leale a lui mi costringeva a tradire Erika, non avrei voluto, non potevo impedirlo. Ero arrivato, citofonai, entrai, Erika mi accolse, raggiante.  La casa era per noi, il tempo era noi. Indossava le autoreggenti nere, sapeva che mi facevano impazzire.
Ma adesso pensavo ad altro. Le avevo fatto molte foto con le autoreggenti, c’era anche un video. Luca le aveva scoperte?, le stava già guardando? si era eccitato? Il pensiero me lo fece drizzare subito.

Anche Erika se ne accorse, non perse tempo, eravamo ancora in cucina ma tirò giù con foga pantaloni e slip: il mio cazzo svettò in alto, durissimo e già un pò bagnato.  Mi spinse su una sedia, mi lasciò li a guardarla. Si sfilò una lunghissima calza nera, nient’altro. Si avvicinò bendandomi completamente gli occhi.
Luca? Si stava segando? Accecato nella vista mi appariva una sola immagine nel cervello, il suo cazzo duro, dritto, perfetto, l’ondeggiare ritmico di quel corpo al tempo dei movimenti della sega.

Sentì Erica avvicinarsi, il suo corpo contro il mio viso, poi un lento movimento verso il basso, la mia capella che incontrava il calore della sua figa, il lento scivolare dentro di lei, era arrivata alla fine, seduta e impalata a gambe larghe su di me. Iniziò ad ondeggiare, a salire e scendere, le mani sullo schienale della sedia a sostenersi.
Evitai ogni contatto che non fosse il mio cazzo dentro la figa . Così vedevo Luca. Vedevo il suo corpo irrigidirsi nel disperato tentativo di resistere alla penetrazione, e poi subito dopo sussultare travolto dal piacere . Vedevo il suo cazzo dritto, lo vedevo muoversi a scatti, un’antenna che amplificava e ritrasmetteva esatta le contrazioni del suo culo. Il ritmo aumentava, ormai aveva superato la soglia del dolore, lo vidi selvaggiamente teso e inarcato per contenere il groviglio di sensazioni che lo attraversavano . Impossibile resistere ancora, sentì le contrazioni del suo orgasmo avvolgermi il cazzo, esplosi il mio piacere, fiotti densi, ripetuti . Ero esausto. Eravamo esausti.

Due, tre, quattro ore e finalmente ritornavo a casa. Le finestre buie. Luchetto stava dormendo. Entrai piano, la TV era accesa e illuminava il corpo abbandonato del ragazzo, steso sulla schiena, in boxer. Più in là lo scorrere ritmico del salva schermo . Forse i segreti del PC erano rimasti inviolati .  Sulla scrivania intravidi qualcosa .Tre fazzoletti!  Tre fazzoletti apallottolati e umidicci messi ordinatamanete in fila!  Un messaggio per me. Luca aveva accettato il mio dono, se n’era ubriacato.
Tra noi non c’era stato ancora un contatto, non c’eravamo neppure sfiorati. Quella sera Luca aveva conosciuto il mio corpo, mi aveva visto in azione, mi aveva assaporato a lungo, anche se per immagine. Spensi tutto, chiusi il PC, la TV, gli occhi si abituarono lentamente al leggerissimo chiarore della finestra. Adesso toccava a me, era una questione di lealtà. Se lui mi aveva guardato nella fredda luce digitale del PC io lo avrei esplorato nella calda intimità del buio.

Mi tolsi tutto, mi inginocchiai ai piedi del letto, scostai le lenzuola. Delicatissimo baciai il dorso dei piedi, poi dolcemente assaporai un alluce, con le labbra, la lingua, lo avvolsi dentro la mia bocca . Passai alle altre dita, una ad una. Un fremito. Si era svegliato, non disse niente, rimase immobile, totalamente passivo. Lasciava il suo corpo a mia disposizione . Aveva capito. La lealtà è condivisione.

Un buio oleoso e caldo saturava la stanza, avvolgeva ogni cosa, lambiva il corpo inerme di Luca, attutiva i continui fremiti delle sue membra. Io implacabile lo assaporavo, lo mordevo, lo baciavo, lo succhiavo. Avevo terminato di saggiare le dita tozzette dei sui piedi, passai a pichiettarli la pianta con la punta della lingua . Uno scatto improvviso, solletico, quasi mi aveva colpito in faccia . Rabbia e fastidio, la mia delicatezza lo stava viziando. L’avrei punito.
Dovevo essere duro, insegnarli la disciplina: lo afferai per la caviglia, bloccai il piede, iniziai a lapparlo con la lingua lungo tutta la pianta. Si dimenava, si contorceva piegato dagli spasmi . Ma non emise parola, non chiese pietà, solo un mugolio sordo, disperato. Continuai finché la mia saliva ricoprì tutta quella pelle di una sottile pellicola acquosa poi, da accuciato che ero, accanto al letto, mi alzai sulle ginocchia e spinsi il bacino in avanti . Iniziai così a strusciare la mia cappella su quella superficie umida e liscia. Per la prima volta Luca “toccava” il mio cazzo.
Le membra ancora contratte dal solletico si sciolsero, e subito si distese al massimo pur di favorire quel contatto. I muscoli della gamba tesi dallo sforzo, il piede piegato allo stremo. Allora implacabile mi allontanavo. Lo lasciavo a brancolare nel vuoto. Rinunciava deluso, si rilassava, ricompinciavo da capo a strusciarmi. Resisteva per un pò, tentava un timido allungo e di nuovo io arretravo. Una, due, tre volte. Passai oltre. Balzai tra quelle su gambe piene e muscolose a guardare da vicino il centro del suo corpo. Era come se la debole luce della stanza si fosse addensata tutta lì, ad illuminare il bianco di quei boxer attillatissimi. Davanti a me il pisello di un diciassettenne eccitato disegnava una colonnina tesa tesa, un cono di tesuto leggermente scosso da contrazioni intermittenti.
Avrei potuto dare facilmente pace a quel corpo implorante . Non avevo mai fatto un pompino (e prima di quel giorno non mi era neppure passato per la mente). Ero lì. Mi sentivo pronto  ma non lo feci.
Non lo faci per Luchetto: la mia (la nostra) “prima volta” doveva accadere in piena luce, affinché vedesse meglio, vedesse tutto, vedesse il suo amico (il suo amante, il suo uomo) prendersi cura delle sue più private intimità. Ma fu anche egoismo, sporco egoismo. Quella notte non lo feci anche per assecondare il mio sadico piacere, per continuare a torturare quel ragazzino così disponibile, così pronto a concedersi. Anzi l’avrei fatto morire di desiderio ma non l’avrei soddisfatto.
Iniziai a muovermi sopra di lui come un ragno che divora la sua preda, uciddendola poco alla volta, con le mani e la lingua mi insinuavo nei suoi boxer da ogni parte. Lungo le cosce. Scivolando giù dalla pancia. E poi, arrivato a gustare la morbida peluria pubica, tornavo indietro. Oppure leccavo l’ombelico, le cosce, quasi ogni lembo di quella pelle sempre più sudata, più eccitata, e poi inesorabile lo carezzavo con la mia capella. Ero attraversato da vere e proprie scosse elettriche, sempre più intense, sempre più insostenibili.
Non avevo più dubbi o incertezze. Ma in quel momento ero lo stesso frastornato, ubriaco . E non era solo per il fatto di provare per la prima volta, (inaspettata, incredibile) un’esperienza di quel tipo con un maschio. Finalmente compresi quanto tristi e infantili erano stati tutti quei giochini fatti con Erika, insignificanti in confronto alle emozioni che stavo condividendo con questo ragazzo. Così profonde, così travolgenti.
E adesso ne volevo ancora. E ancora.
Sotto di me Luca era diventato incontenibile: ora allargava le gambe all’inverosimile, ora le richiudeva strette, s’inarcava vanamente verso l’alto artigliava disperatamnte le lenzuola con le mani. Più e più volte aveva tentato di afferrare il mio cazzo, oppure aveva tentato di raggiungre il suo per procurarsi da solo la liberazione che gli negavo, che rimandavo sempre un pò oltre. Allora ogni volta implacabile gli bloccavo i polsi, mi avvicinavo al suo viso, mi sottraevo al bacio. Anzi godevo nel vedere come si martoriava senza tregua le labbra tra i denti. Poggiavo la testa sul petto ansante, sudatissimo. I battiti accelerati del suo cuore. Poi i capezzoli. Erano Irresistibili: due piccolissime tettine con due ampi e carnosi bottoni rosati. Niente succhiotti, niente morsi, letteralmente li poppavo, a lungo. Appena sazio passavo ad altro. Ricominciavo tutto da capo.
Non so per quanto andai avanti così, minuti? ore? Il tempo non esisteva più. Ricordo solo che non ero mai stanco, che volevo sempre ricominciare. Luca invece doveva essere esausto . E non so come, mi sfuggì . Riuscì infine a prendersi in mano il pisello, era così eccitato che bastò un attimo, non feci in tempo a fermarlo, stava venendo. Quando impugnai il suo cazzo attraverso i boxer il tessuto era già bagnato, grondante e appiccicoso. Gli carezzai dolcemente i capelli e dopo poco caddi in un sonno profondo.

davdacosta: “Sunday morning IG : davdacosta ”

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Amicizia oltre ogni confine – parte 2

Era tutto surreale, io intento a pulire accanto al lavandino del bagno il braccio di Luchetto tutto colante i miei liquidi, lui nel frattempo al telefono con la madre: la cortese, severa e puntigliosa signora Franca.
Certo non sarebbe sopravissuta se avesse potuto vedere in quale stato ci trovavamo. Speranza vana, purtroppo non era lì. Ma cosa voleva? Qual’era il suo problema adesso? Lo seppi subito:
«Tieni il telefono Marco, mia madre vuole parlarti»
Fui sommerso da un mare di disquisizioni, precisaizoni. Una telefonata appiccicosa che a stento decifrai: il buon Luchetto sarebbe dovuto venire da me a partire dal pomeriggio (peste impenitente). Era stato stabilito che quella mattina avrebbe aiutato nel trasloco e invece silenzioso e furtivo era colpevolmente scappato. Adesso per rimediare doveva darsi da fare nel pomeriggio, c’era ancora tanto lavoro. Anzi doveva tornare subito, di corsa e poi la sera sarebbe potuto tornare da me.
E poi ancora bla, bla, bla, bla … e io intanto mi divertivo. Mi gustavo perverso la scena: all’orecchio le raccomandazioni della madre, davanti a me il figlio che ripuliva dai suoi stessi fluidi le pallette sode, la morbida peluria dell’inguine, il pisello moscio.
Ancora mi stupivo come anche così, a riposo, quel membro completava e dava ordine a tutta la sua figura. Stavo cadendo in trance. Mi risvegliò di colpo il rinnovato sarcasmo di Luchetto quando finalmente gli resi il telefono:
«Beh, ora ti si rizza anche quando parli al telefono con le vecchie signore?»
Senza che me ne fossi accorto Il mio arnese era di nuovo bello barzotto, ma che mi stava succedendo?
«Ma non ti basta Erika? non ti bastano i filmini porno?»
Lo scaraventai fuori dal bagno. Ma ancora oltre la porta lo sentivo cantilenante:
«Porco …, segaiolo …, maiale …»
Ma come gli funzionava il cervello? Solo 15 minuti prima era stato mio complice, attivo partecipante in una perversione che mi aveva lasciato nella più totale confusione. Anzi alla fine, anche se inutilmente, si era persino offerto servizievole di raccogliere in un fazzoletto i mei succhi  e adesso d’improvviso si voleva elevare a giudice, a moralista offensivo. Uscii dal bagno, mi vestii rapido, lo avrei accompagnato a casa in macchina.
Mentre stavamo quasi per uscire:
«Marco! passiamo prima a restituire in videoteca il DVD»
Il maledettisimo DVD.
«Grazie di avermelo ricordato Luca»
«Solo grazie?» riprese insinuante «Devi darmi qualche spiegazione non credi?»
Spiegazioni? Come si permetteva? Ma cosa diavolo voleva da me? Lo guardai, gli occhi erano più vispi che mai, quasi febbricitanti, ma il tono della domande era fermo, glaciale.
«Ne affitti tanti? ti seghi spesso con qualche porno? » e poi quasi sottovoce « o solo davanti ai ragazzi più piccoli?»
Maledetto. maledetto!! mantenni la calma «Sono cazzi miei …» risposi, letteralmente.
Continuò così in ascensore, per strada, saliti in macchina .
«Dai dimmelo, quante volte ti seghi? Erika lo sa di queste tue pratiche?»
Erika? come si permetteva di mettere in mezzo la mia ragazza? Mi avventai su di lui furente. Lo presi per la maglietta e lo schiacciai contro lo sportello.
«Ma che cazzo dici? Cosa cazzo vuoi da me? »
Era veramente spaventato. Gli occhi si erano fatti improvvisamente liquidi, imploranti. Che mi era preso? Lo lasciai subito. Poi un qualcosa che non era razionale, che veniva da una profondità sconosciuta del mio animo mi fece confessare, gli confessai tutto:
«E’ qualche settimana che non vedo spesso Erika per lo studio. Ne ho bisogno per sfogarmi un pò… e.. No… Erika non lo sa e non deve saperlo»
Silenzio.
«L’avevo immaginato» rispose trionfante.
Non lo guardai più. Partimmo, non riportai il DVD e corsi di filato verso casa sua, davvero pochi minuti in auto, parcheggiai.
« Marco! … »
Era ancora cambiato, di nuovo un animaletto indifeso bisognoso di conforto. Aveva intorno a se come un’aura, era eccitato, era decisamente eccitato, me ne accorsi subito, ancora prima di trovare conferma in quel rigonfiamento tra le gambe che i pesanti jeans gli concedevano.
«Marco! … Scusami … era solo curiosità … pace? »
Disse allungando una mano verso di me.
La strinsi «Pace Luchetto»
«Marco! …» silenzio.
«Mi sego spesso pensando te e Erika … anche stamattina la prima volta che l’ho tirato fuori» Silenzio.
Non lo guardavo, continuavo a fissare dritto davanti a me. Silenzio.
«Te lo dovevo dire … te lo dovevo dire per LEALTÀ. Così siamo pari»

Passammo davanti il camion dei traslochi, salimmo a casa: malinconiche stanze svuotate, scatoloni che invadevano l’ingresso. L’assalto irato della signora Franca contro il figlio mi avevano concesso un saluto meno cerimonioso e più breve del solito. Corsi via.

Quel pomeriggio feci di tutto per ritrovare la serenità interiore ma fù tutto inutile. Le immagini di Luchetto, del suo corpo, del suo cazzo eretto travolsero prepotenti la mia mente.
Dovevo fare qualcosa, dovevo liberarmi, chiamai subito Erika al telefono. Il destino era dalla mia parte. Sarei potuto passare a trovarla. Solo per un paio d’ore. Solo per ritrovare la giusta strada . Luchetto sarebbe rimasto a casa mia da solo per qualche ora. Peggio per lui, non doveva importarmene.

Alle sette di sera, finalmente i lavori del trasloco erano finiti. Andai a prendere il mio “fratellino”, passammo a prendere un pò di pizza e poi dritti a casa. Appena arrivato mi buttai sotto la doccia. Dovevo dare in fretta. Luchetto nel frattempo si era messo a mangiare navigando su internet con il mio PC. Non sapeva ancora nente. Mi stavo ancora vestendo e già mi stava sommergendo chiassoso e felice con le sue domande a raffica:
«Allora? Cosa facciamo? ti va una partita alla Play? Allora? Qualche idea? Cosa proponi?»
«Sto uscendo Luca … passo a salutare Erika …»
Fu travolto dalla sorpresa, rimase immobile, impotente, annientato. Improvvisamente mi resi conto. Lui come sempre era drammaticamente esagerato ma io ero stato comunque un grandissimo stronzo. L’avevo invitato io a stare a casa mia, e adesso me ne andavo e lo lasciavo lì da solo, a fare la guardia . Ero pentito .
«Dai tranquillo Luchetto, torno presto, giusto un saluto e poi facciamo quello che vuoi »
Inutile, non mi rispose, si chiuse in bagno, sentii lo scrosciare della doccia.
Cosa fare ? Potevo richiamare Erika e spiegarle ma ci sarebbe rimasta male. Saltare il nostro appuntamento. Una scortesia.
Sul PC rimasto acceso si era avviato il salva schermo, l’avevo fatto io, scorrevano in successione foto mie e di Erika . Non so da quale nascondiglio del mio animo risalì alla mia coscienza un pensiero mostruoso, potente, irresitibile.
Andavo a trovare la mia ragazza, andavo a trovarla con il preciso intento di farci all’amore, e adesso sapevo che allo stesso tempo l’avrei tradita, l’avrei segretamente tradita. E quel che è peggio l’avrei fatto con voluttà.
Poche ore prima Luchetto mi aveva confessato che si segava spesso pensando a noi. Per farmi perdonare gli avrei fatto un regalo. Un impulso interiore, istintivo e fino ad allora sconosciuto guidava i miei gesti. Andai al PC, recuperai una cartella accuratamente nascosta, custodiva uno dei nostri giochi: decine di foto e video porno, foto e video con me, con lei, con entrambi, in tutte le pose e le scene possibili. Aprii la cartella sul desktop. Attesi. A coprire tutto si avviò ancora una volta l’innocente salva schermo. Se Luchetto avesse solo sfiorato il mouse avrebbe avuto accesso a quell’archivio privato, altrimenti non si sarebbe accorto di nulla.
Se io non riuscivo a trovare più la giusta strada allora lasciavo al destino, o al caso, il compito si scegliere per me.

Salutai Luca attraverso la porta del bagno. Rispose sconsolato e forse arrabbiato ed andai da Erika.

theebrownpeople: “Finished moving, and now time to enjoy my new apartment! ”

Amicizia oltre ogni confine – parte 1

DRIIIIIIN, DRIIIIIIN, suonava il citofono.

L’inconfondibile scampanellio di Luca, o meglio come tutti lo abbiamo sempre chiamiato Luchetto, il fratellino che non avevo mai avuto. Lo conobbi in oratorio molti anni fa, quando ancora era un bambino e ben presto legammo molto tanto da considerarci fratelli veri e propri. Questo nostro legame fu favorito ed incoraggiato soprattutto dalla madre di Luca in quanto cercava una figura maschile come punto di riferimento per suo figlio. Luca infatti aveva perso il padre in un incidente stradale quando aveva appena tre anni e da allora viveva in un piccolo appartemento con la madre e la nonna materna. Per quanto casinista e a volte rompi, per Luchetto in fondo sono sempre stato una specie di fratello maggiore e nel tempo sono diventato il suo più intimo confidente: mi ha raccontato le sue prime imbranate “avventure” amorose e sempre con me ha provato per la prima volta qualche piccola, innocente (o meno) trasgressione. Lo devo proprio ammettere, fin da subito ho provato una grande affetto per questo pischelletto dolcemente scapestrato, ma anche, ai miei occhi, tanto timido e indifeso.

Non lo aspettavo così presto alle nove di mattina di quel caldissimo sabato di giugno.

“Uff!! Che strazio!!” pensai.  Ancora mi ero illuso che in quel weekend sarei comunque riuscito a studiare un pò per per gli esami, ma ormai come tornare indietro … la settimana prima, proprio io, mi ero offerto di ospitare per un paio di giorni il piccolo Luchetto (piccolo? È solo di tre anni più giovane ma avendolo conosciuto undicenne per me rimaneva sempre un piccolo mocciosetto).

La sua famiglia in quei giorni stava cambiando casa; Sua madre era impegnatissima dal lavoro e dal trasloco e quindi io le avevo promesso di prendermi Luca. Ero troppo disordinato e confusionario per essere d’aiuto nel trambusto del trasloco.

La mia ragazza approvava questa nostra amicizia particolare e quando la informai della permanenza di Luca a casa mia per qualche giorno non batté ciglio. D’altronde anche lei era impegnata con lo studio per gli esami e non avremmo avuto molto tempo per vederci quel fine settimana.
Io e Erika ci siamo conosciuti al liceo, compagni di classe, diventammo subito amicissimi e poi al terzo anno, con naturalezza, ci siamo messi assieme.
Mi era sempre piaciuto stare con lei, carina, divertente, simpatica, così anche il sesso, da quando lo abbiamo scoperto assieme, è stato un continuo gioco, un intrigante divertimento reciproco.

Quando a 20 anni con l’inizio dell’università sono andato a vivere da solo in un piccolo monolocale, anche Luchetto ormai diciasettenne ha iniziato a frequentare casa mia.
Qualche pizza davanti la tv, qualche partita alla play  oppure mi si presentava a casa all’improvviso, e rimaneva a cazzeggiare per pomeriggi interi (mentre tentavo di studiare), felice di stare in mia compagnia o forse, soprattutto, libero di stare semplicemente in mia compagnia.

DRIIIIIIN … ecco arrivo …
Luchetto era arrivato, ha buttato dove capitava la borsa con qualche vestito di ricambio e si è lanciato ad abbracciarmi .
era felice ed elettrizzato, passare qualche giorno con me, senza i “limiti” dei sacri orari di famiglia e di scuola.
Neanche a pensarci di poter studiare, ma in fondo ero contento anche io, per gli esami avevo ancora qualche margine e certamente avrei potuto rilassarmi un pò.

«Marcolino allora? Che si fà? Affittiamo un film? Ti và una partita con la play? Andiamo da qualche parte? E su … Datti una mossa!!!»
Appena entrato, dopo avermi abbracciato, aveva iniziato convulsamente a parlare a raffica. Il  mio “fratellino” attraversava uno dei suoi momenti di piena iperattività, con quei suoi occhi accesi, sempre mobili, sotto morbidi capelli castani e un pò ricci.
«tranquillo Luchetto. …intanto vedi di togliere da mezzo alla stanza quella tua maledetta borsa»
«Non esiste proprio, toglila tu, è casa tua e io sono tuo ospite, ricordatelo
Voleva sfidarmi. Era troppo . Un attimo di silenzio teso e l’attacco. Adesso era giù a terra. Lo avvinghiavo e lui si contorceva subendo la mia terribile tortura del solletico.
«STOP! STOP! HAI VINTO! Hai vinto … va bene .., ok .., ook »
Era paonazzo e ansimante, ma internamente era felice, quello fino ad allora era stato il nostro gioco più “intimo”, il massimo del nostro contatto fisico: la guerra del solletico per ristabilire le giuste gerarchie tra “fratello grande” e “fratellino”.
Prese la sua borsa, la portò in bagno, e intanto continuava a parlare:
«Ho dei nuovi bermuda, davvero fichi, te li voglio far vedere … anzi me li metto subito … con questo caldo terribile »

«NOOOO» Un urlo mi fece sobbalzare . Corsi da lui . «cos’è successo??»
«dove li ho messi, dove sono finiti, PERSI, DIMENTICATI …»
Luchetto era fatto così, sempre instabile: dalla più sfrenata euforia alla disperazione totale. Inconsolabile per un “incidente” ridicolo, chissà dove erano finiti i sui “fantastici” bermuda . Ma adesso era il momento di rassicurare quella creatura indifesa, un colpetto sulla spalla:
«Dai su, che ti importa, li troverai … e se davvero senti così caldo mettitti in mutande»
E dopo il conforto la frecciatina idiota, così per suzzicare il suo ego:
«Tanto anche in mutande sai che spettacolo, mi sa che c’è ben poco da vedere li sotto… »
Luca non colse, tornò in camera e si sdraiò sul letto (la mia casa era troppo piccola, e il divano letto a due piazze era rimasto ancora aperto) a guardare annoiato la TV. Dopo un pò si tolse i pesanti jeans che portava e li lanciò lontano. Poi anche la T-shirt. Era rimasto in boxer.

Avevo visto Luca cambiarsi o in mutande un sacco di volte, però erano stati attimi, situazioni occasionali, adesso sarebbe rimasto così tutto il giorno, e anche i giorni successivi . Seminudo davanti a me. Nessuno dei due comprese che con quel gesto insignificante avevamo entrambi già oltrepassato un confine impercettibile.

Lo guardai per qualche istante (ancora innocente credevo) e mi girai sulla mia scrivania a rimettere ordine tra libri e appunti, prima che il mio ospite casinista e lunatico facesse danni . Da quando l’avevo conosciuto era sempre stato così, un ragazzo emotivamente “disordianto”. Il suo corpo a 17 anni  appariva ancora”impreciso”: due gambe ben sviluppate, già con una peluria nera di tutto rispetto e poi quel visetto tondo, quasi bambinesco, appena velato dallo spuntare di lievi baffetti e una timida barbetta. Alto nella media della sua età e magro. Proprio per questo suo essere così volubile e “sconnesso” quel ragazzo mi appariva sinceramente (e ancora senza malizia) affascinante. Un essere sempre in bilico, a metà tra un ragazzo maturo, deciso, e un bambinone bisognoso di coccole .
Sebbene non mi ritengo affatto un modello al suo confronto anche io potevo sembrare una statua greca, capelli corti neri, alto, slanciato, con una leggera muscolatura, sempre posato ed equilibrato.
Mi chiedevo spesso perchè a 17 anni abbondanti non avesse ancora mai avuto una vera esperienza con qualche ragazza. Aveva avuto qualche storiella, me le aveva raccontate, ma mai nulla di duraturo, mai nulla oltre qualche bacio e qualche toccatina.
Forse  quel suo carattere così … … UNA SFERZATA DI GHIACCIO MI ATTRAVERSO’ LA SCHIENA …

Stavo ancora alla mia scrivania quando improvvisamente alle mie spalle avevo iniziato a distinguere inequivocabili mugolii, ansimi, e una musica inconfondibile. Luchetto aveva acceso il lettore DVD. Dentro c’era un porno. Lo avevo completamente dimenticato. Due giorni prima, siccome erano giorni che per motivi di studio non riuscivo a stare con Erika, avevo deciso di darci dentro “in solitaria” davanti ad un bel film, così per puro divertimento.
Ero paralizzato . Ero furioso. E non per imbarazzo con Luchetto (già mesi prima io e lui, dopo un’estenuante ricerca in videoteca di un qualche film decente avevamo affittato un porno. Lo avevamo guardato ridendo dall’inizio alla fine, e la cosa era finita lì, naturalmente). Ma adesso era diverso, il mio “fratellino” aveva scoperto un mio segreto privatissimo. Era una cosa mia.  Perchè quel mocciosetto aveva avviato il DVD? perchè avevo lasciato il disco nel lettore?
«Bene, bene, allora è così che ti diverti! … bravo Marcolino … lo sai che non si deve!! … alla tuà età poi, un ventenne! »
Di nuovo quel suo tono strafottente e intollerabile. Ero stato preso con le mani nella marmellata. Ero un deficente. E mi dava fastidio, terribilmente fastidio.
Di spalle a lui e al film, continuavo a sistemare il mio tavolo deciso a non girarmi: se non mi giro se non dico parola, pensavo, sarebbe rimasta una cosa da nulla. Non dare importanza . Irritazione. Silenzio. Dietro di me silenzio. Perchè non sentivo più ridere e scherzare? Perchè nessun commento? I suoni assordanti del film. Il maledetto aveva alzato troppo il volume . Non mi giro.  Lo sentirà tutto il palazzo. Non mi giro. No … N …

Mi girai.
Il tempo si fermò.
Rimasi folgorato.

Forse uno … due … tre … quattro secondi ma per me fu un tempo infinito. Luca, Luchetto, il mio “fratellino” quasi imberbe era lì davanti a me, appoggiato ad un cuscino. Una mano teneva appena giu i suoi boxer bianchi, aderenti e l’altra carezzava dolcemente con la punta delle dita il suo pisello eretto.
Un’altro confine del nostro animo interiore, molto più profondo del primo stava per essere attraversato.

Perchè ero cosi sconvolto? cosa stava succedendo? cosa mi stava succedendo?

Di fronte a me, sul mio letto, il mio “fratellino” seminudo, Luca, Luchetto, si stava se.. no, non era la verità, non si stava masturbando, si stava docilmente carezzando il suo pisello eretto.

Si stava solo toccando … e allora? Potevo permetterlo? Dovevo scappare? Dovevo cacciarlo? Forse era una scena inaspettata, forse era un pò imbarazzante, poteva anche chiedere il permesso insomma. Eppure anche a me era capitato di segarmi assieme ad altri ragazzini quando ero più piccolo. Cosa c’era poi di così terribile?

Il lento ma continuo movimento della mano si bloccò, girai lo sguardo. Luchetto si era accorto di me, era paonazzo, gli occhi sbarrati. Forse voleva solo solleticarsi un pò e poi ricoprirsi, chissà. Ormai era troppo tardi per saperlo.

Perchè non riuscivo a parlare? a rompere la tensione con una risata, una battutina idiota? Veloce come una tagliola richiuse i boxer e rimase così, immobile, con le mani avvinghiate all’elastico, quasi terrorizzato. terrorizzato? di che? Voleva proteggersi da un mio “impensabile” tentativo di denudamento? Cosa stava succedendo?

Mi spaventai, cosa mai aveva potuto cogliere nel mio sguardo?

Compresi, o pensai di aver compreso. Luchetto si era coperto, ma io continuavo a vederlo, non lui immobile davanti a me, continuavo a vedere il suo pisello eretto, un’immagine che si era piantata a fondo dentro il mio cervello. Potevo descriverlo in ogni minuto dettaglio. La cappella, lucida. E poi… NO, NON ERA UN PISELLO, era un vero CAZZO, il CAZZO di un maschio, duro, tornito, liscio, dritto. Non era enorme, il mio era certamente più lungo, il suo forse più grossetto.

Ancora compresi, o ancora pensai di aver compreso. Il corpo di quel ragazzo aveva nel Cazzo il suo unico punto d’equilibrio. Un baricentro perfetto dove le membra, la pancia, il viso, i capelli, tutto, tutto quanto tornava finalmente ad essere armoniso, ordinato, comprensibile.

Cosa stava succedendo? Stavo delirando?

Poi ancora una volta compresi. Luchetto era stato colto davvero di sorpresa? O forse nel profondo lo aveva segretamente desiderato?
In ogni caso mi aveva fatto un dono, mi aveva offerto la sua nudità, mi aveva mostrato il suo desiderio. Ora non restava che un unica strada. E solo in quel momento mi accorsi di quanto anche io ero eccitato. Tolsi la T-shirt, calai alle caviglie la tuta che indossavo, e poi gli slip.
Ero lì, per lui, solo per lui, esposto per lui e fui sconvolto.

Cosa stava succedendo? Improvvisamente mi fu chiara, lancinante la verità: tutto questo mi piaceva. Mi piaceva. Mi piaceva!!

Impugnai il mio cazzo e iniziai a segarmi, lentamente. Guardavo il porno alla tv, credevo di guardare il porno ma in realtà tornavo sempre ad osservare lui, lo facevo per lui. Anche Luchetto comprese. Lentamente si sciolse, si rilassò, sfilò piano i boxer, ricominciò a toccarsi dolcemente, lì sul letto, perfettamente di profilo davanti a me, per me.

Il film andava avanti, per un’attimo mi concentrai: uno stallone nero aveva sopraffatto una delicata biondina e le infilava con forza il cazzo in bocca, imperioso e inesorabile.

Tornai da Luca, si era spostato, non era più di profilo, si era girato verso di me, per vedermi meglio, per offrirsi meglio . Compresi, mi sfilai dalle gambe tuta e slip e dalla sedia poggiai i piedi sul bordo del letto, di fronte a lui, totalmente aperto ai sui curiosi e mobili occhi.
Su quel letto avevo posseduto Erika. Adesso mi offrivo al piacere di Luca. Forse non avevo fatto ancora niente, forse avevo già fatto troppo, sentivo di averla tradita.
Un’altro limite era stato passato inesorabilmente.

La mia sega accelerava, avevo sempre fatto così, il cazzo fermo nel pugno e poi su e giù, prima piano, e poi sempre più veloce. E Luchetto?
Mi era sembrato sempre un po goffo, troppo irruente, maldestro, a volte sgraziato, adesso ero completamente rapito nel vedere la danza che disegnava la sua mano. Era un’artista. Passava la cappella con il palmo; tippettava tutta l’asta con le dita; poi ancora ripeteva gli stessi gesti con la mano chiusa, prima leggerissima e poi improvvisamente forte, dura, veloce e ancora ricominciava da capo.
La mano stimolava il cazzo e da qui il piacere sembrava diffondersi, amplificarsi, attraversare ogni nervo e ogni muscolo di Luchetto. E il corpo rispondeva, preciso: un movimento ondoso, avvolgente, armonico, un ritmo circolare fatto di contrazioni, arricciarsi di dita, spasmi e poi di rilassamenti, di occhi liquidi e socchiusi e poi ancora e ancora ripassando sempre lì, nel punto d’equilibrio, il cazzo.
Alla fine, dopo l’ultima contrazione, l’abbandono totale, lo scioglimento di ogni nodo, il distendersi di ogni fibra, l’aprirsi del corpo ad accogliere caldi fiotti di crema.

Era rimasto così, per qualche istante inerme, poi tornò a guardarmi, si accorse . Stavo tentando di raggiungere dei fazzoletti, li accanto al letto. Allungò veloce un braccio, stava per passarmeli nella mano. Poi cambiò idea. Inaspettato. Un’altro dono. Avvolse lui stesso, dal basso, delicatamente la mia cappella e si mise attento e preciso ad assecondare i miei movimenti convulsi. In attesa docile e paziente.

LO SQUILLO DEL CELLULARE …

Venni in quel momento, potente, incontenibile. Un attimo, un attimo di distrazione, il repentino voltare della sua testa . Il fazzoletto era stato inutile.

LO SQUILLO DEL CELLULARE …

Abbassai lo sguardo, il mio liquido colava sul suo braccio, fino al gomito.

LO SQUILLO DEL SUO CELLULARE …

Tornai alla realtà, tornai in me, Luca era pieno della sua e della mia sborra. Con irruenza lo spinsi in bagno e aprii l’acqua del lavandino. Nel frattempo, non so come, aveva abbrancato il suo cellulare e poi, quasi all’ultimo squillo, aveva risposto …

«Si mamma, certo …, hai ragione mamma, scusami, scusami, scusami, non dovevo …»

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Due amici molto intimi

 Nelle calde giornate afose di luglio cammino lungo le rive del fiume e guardo i battelli che sembrano quasi scivolare via nell’acqua. Sento il rumore delle loro pale ed il verso delle aquile che volano oltre gli scogli. Mi sento tranquillo e i miei pensieri malinconici mi fanno ricordare il mio migliore amico Fabrizio.


Fabrizio e io siamo cresciuti in un piccolo paesino agricolo ad est del fiume. Eravamo entrambi dei bravi ragazzi. Avevamo ricevuto un’educazone molto rigida e sapevamo cosa era giusto e cosa era sbagliato. L’estate dei nostri diciotto anni Fabrizio ed io passavamo le giornate insieme ad aiutare i nostri genitori nei campi. Eravamo giovani e forti e lavoravamo sodo nella fattoria del nonno di Fabrizio. Eravamo completamente soli e non si vedeva anima viva per miglia. Avevamo solo un paio di riviste di Playboy nascoste nel fienile per alleviare le fatiche nelle pause. Per distrarci un pò, infatti, ogni tanto io e
Fabrizio ci masturbavamo insieme.

«Cazzo, guarda le tette di questa! E’ una porcona! Scommetto che potrebbe succhiare il cazzo anche di quel vecchiaccio di Tiburzio!». Il respiro di Fabrizio stava incominciando ad affannarsi . Giaceva indietro nel fieno, nudo, tranne che per la sua maglietta e le calze. Il suo corpo corto e tozzo luccicava di sudore e le ciocche dei suoi lunghi capelli biondi sembravano schiarisi ancora di più per il sole. In una mano teneva il paginone centrale, deformata lateralmente, in modo da far  pendere la “ragazza di luglio” proprio sopra il suo pisello. Nell’altra mano teneva ben stretto il suo grosso e gonfio uccello. Mentre parlava muoveva febbrilmente il suo prepuzio avanti e indietro sopra la punta rossa scintillante del suo pisello.

«…e guarda anche che bel culo che ha!» ansimai. Il mio cazzo pulsava. Ero più alto, più magro e più scuro di Fabrizio, ed anche il mio cazzo era più lungo e più sottile, con uno spesso nido di riccioli castani sudati alla base. Il mio prepuzio non era lungo e sciolto come il suo, ma ce n’era abbastanza da farmi rabbrividire ogni volta che pizzicavo la mia pelle e che lo muovevo su e giù lungo l’asta. Ho sempre avuto un debole per le tette. Fabrizio lo sapeva benissimo e sapeva come mi eccitava che qualcuno mi leccasse i capezzoli e più di una volta me li prendeva in bocca per aiutarmi ad avere un buon orgasmo.

«fallo Edo!» ansimò, appoggiandosi indietro nel fieno accatastato. Cercò di puntare verso di me la testa del suo pisello, ma era così duro che sembrava andare in qualsiasi direzione tranne che verso l’alto. «Ho veramente bisogno, ti prego… c’ho una voglia matta di farmelo succhiare!»

Fabrizio ed io ne avevamo parlato a lungo di questa cosa. Una volta avevamo sentito alcune cose in uno speciale in TV e ci eravamo preoccupati. Avevamo paura di diventare gay se continuvamo a succhiarci i cazzi a vicenda. Non che questo ci desse questo fastidio in realtà. Ma avevamo paura che se fossimo diventati gay, non saremmo più stati in grado di scopare una figa. Non che uno di noi aveva mai avuto una ragazza, ma era una questione di principio. Così, dopo un sacco di conversazioni lunghe e dopo più di un paio di birre, avevamo deciso che succhiarci a vicenda era solo una cosa intima e perfetamente normale fatta tra due amici intimi e che non aveva nulla a che fare con l’essere gay o meno. Eravamo eccitati e potevo vedere benissimo che Fabrizio ce l’aveva veramente duro in quel momento.

Lanciai la mia rivista di lato e mi sdraiai sulla mia camicia tra le sue gambe. Come presi le sue palle in mano e le sollevai, Fabrizio gettò il braccio sui suoi occhi. Una cosa era certa. A Fabrizio piaceva davvero molto che gli succhiassi il suo cazzo. Emise un gemito lungo e dolce ed incominciai a leccare tra il suo scroto e il lato della gamba

«Oh, amico» gemette.

«Hai un buon profumo » dissi, seppellendo il viso nel suo inguine e inspirando profondamente. Leccai a lungo e lentamente, agitando la lingua sopra le palle pesanti nel suo caldo sacco rugoso. «e anche un buon gusto»

«Cazzo» gemette. Come iniziai a lavorare davvero le palle, Fabrizio si chinò e accarezzò i miei capelli. Affondò le dita in profondità, sfregandomi e tirandomi mentre io succhiavo le sue palle, una alla volta nella mia bocca.

Non facevamo mai queste cose di fretta. Per quanto ci riguarda, il primo paio di ore dopo il pranzo erano dedicati per divertirci e godere insieme. Nessuno si avventurava nel granaio o si preoccupava di noi durante il calore del giorno. Così succhiai le palle di Fabrizio fino a quando non si lamentava. Poi mi trasferii appena  un po ‘ più su e leccai il suo pisello.

«Oh, sì, amico» ansimò. «sei fantastico»

Il profumo del cazzo di Fabrizio era intenso ed afrodisiaco. La pelle morbida sul suo cazzo duro era piccante e salata dal suo sudore. Avevamo imparato tutto sul sesso sicuro a scuola, ma dal momento che nessuno di noi aveva mai fatto sesso con nessun altro, pensavamo che eravamo al sicuro. Inoltre, noi non pensavamo di fare sesso per davvero. Eravamo solo due ragazzi che si masturbavano  insieme e si aiutare a godere a vicenda.

Continuai a leccare fin  sopra la pelle morbida e vellutata, passando la lingua giù dove le vene del suo uccello serpeggiavano alla metà della sua asta. Con il mio pollice e l’indice, tirai il suo prepuzio in giù. Poi appiattii la mia lingua e leccai la sua cappella.

«Oddio!» Fabrizio era sensibile e saltò in un colpo. Il sottile strato di sudore piccante mi attirò come un gatto sul formaggio. Scosse quando dimenai la lingua contro il sottile e sensibile frenulo . «Fallo più piano, più p-piano…»

Sapevo cosa voleva Fabrizio. Domai la mia lingua e lasciai la mia saliva correre giù sopra il suo pisello. Lasciai cadere la mia saliva  fino a quando le sue palle erano bagnate. Fabrizio respirava a fatica, ansimando come un cane. Sapeva cosa stava per succedere. Come baciai con tenerezza il suo uccello, sentii afferrarmi per i capelli.

«Ci sono quasi…» Aprii la bocca e ingoiai il suo cazzo. Fabrizio dimenava il suo pisello nella mia bocca. Aveva proprio un buon sapore. Salato e muschiato e qualcosa che era semplicemente lui. La sua pelle era morbida e calda. Ogni volta che mi muovevoin avanti, i suoi fianchi spingevano fino a incontrarmi. Feci scivolare il dito verso il basso. Fabrizio non piaceva ammettere quanto sensibile fosse il suo buco del culo e per questo non ne avevamo mai parlato. Ma non appena iniziai a strofinare il dito dentro il suo buchino, aprì bene le gambe, tenedole piegate con le ginocchia sollevate in avanti. Strofinai bene tra le sue natiche. Lui intanto spinse in profondità nella mia gola il suo uccello, così in fondo che ho combattuto per evitare conati di vomito.

Fabrizio non durò a lungo una volta che mi ero introdotto col dito nel suo buco. Gridò e la sua sborra cremosa mi schizzò in bocca. Non importa quante volte l’avevamo fatto – e lo facevamo ogni giorno – ogni volta, mi piaceva sempre di più il gusto del suo seme che mi spruzzava in bocca, tanto che proprio in quel momento, venni anche io sporcando la mia camicia sotto di noi.

Poi, non importa quante volte gli dicevo che ero già venuto, Fabrizio mi diceva che il nostro aiutarsi a vicenda era giusto solo se mi succhiava anche lui. Lui succhiava più velocemente, ma decisamente con più foga. Così, quando riprese fiato e smesso di tremare, mi girò e prese il mio cazzo  in bocca. Si sputò sulle dita per poi lavorare lentamente e deliberatamente su per il mio culo mentre mi succhiava fino a quando finalmente venni di nuovo.

Anche se ero giovane ed eccitato, siccome ero appena venuto, a volte mi ci voleva un sacco di tempo. A volte, non avendo più tanto tempo, era difficile ricominciare tutto da capo. Così, quando le dita di Fabrizio si scaccarono, sputò sul suo cazzo. Non era sesso. Era solo che le sue dita erano stanche ed era eccitato di nuovo. Così afferrò le mie caviglie, aprì le mie gambe e premette il suo  cazzo dentro di me. Pompò il suo grande cazzo duro su per il mio culo. Afferrai il mio cazzo e lo strinsi mentre lui spingeva veloce senza sosta. Quando finalmente raggiunse l’orgasmo, il mio corpo si irrigidì e scosse.  Poi Fabrizio si irrigidì e sentii  gli schizzi di Fabrizio dentro di me.

Non sapevamo che quello che avevamo appena fatto era sesso, quindi, rimanevamo lì ogni volta fino a quando non ci addormentavamo. E quando ci  svegliavamo tardi, ridevamo di come erano appiccicosi e sudati i nostri corpi e di come la stanza puzzava di sperma. Poi nascondavamo le nostre riviste di  Playboy e tornavamo al piano di sotto a lavorare. E il giorno dopo, dopo pranzo, andavamo di nuovo nel fienile e riprendevamo a divertirci tutto da capo.

Continuammo questa routine ogni giorno fino a quando Fabrizio dovette andare in città per frequentare l’università. Venne fatalmente investito da un pirata della strada ubriaco qualche mese più tardi. Qualche anno dopo, durante una breve vacanza estiva, ho incontrato Giada. Ci siamo sposati e ci siamo trasferiti in città. Lei non succhia il cazzo come faceva Fabrizio, ma  ha due grandi seni e una figa dolce e io la amo. Abbiamo anche avuto un bambino che ho voluto chiamare Fabrizio.

Ogni estate, almeno una volta, cerco di trovare un motivo per tornare al paese da solo a guardare i battelli in movimento su e giù per il fiume. Cammino lungo il fiume nei pomeriggi afosi e un modo o nell’altro, finisco per incontrare quache uomo. Ora, io uso il preservativo, di solito vengo solo una volta e chiamo quello che sto facendo sesso. Ma quando un caldo pisello penetra nel profondo del mio culo e mi sto stringendo il mio cazzo, penso a Fabrizio. Riprovo le emozioni di quell’estate dei diciotto e vengo.

cmonboy: “this is also me. ”

Confessioni – Quell’estate in colonia

Ero un ragazzo di 15 anni e mi trovavo al mare per la colonia estiva con altri coetanei con i quali si dormiva in una stanza molto grande in cui dormivamo in sei. Oltre a me, infatti, c’erano Davide, Federico, Tommaso, Lorenzo e Simone. Davide era un ragazzo non molto simpatico. Era alto, molto magro (quasi scheletrico), con i capelli corti e neri e gli occhi marroni. Non andavamo molto d’accordo e a malapena ci parlavamo. Federico, al contrario, era simpaticissimo ed eravamo molto legati. Era il mio miglior amico d’infanzia con cui ero cresciuto. Aveva i capelli castani tenuti corti, gli occhi marroni e fisico normale. Tommaso e Lorenzo erano due fratelli gemelli. Erano uguali. Chi non li conosceva faceva fatica a riconoscerli, ma noi suoi amici sapevamo benissimo che Tommaso era il più fighetto e spavaldo, mentre Lorenzo era quello timido e più maturo. Erano mori con i capelli corti, leggermente più abbronzati di carnagione (erano di origine calabrese) e avevano entrambi un fisico sportivo e ben allenato dovuto dai tanti anni di sport. Infine c’era Simone, il più misterioso tra i ragazzi. Aveva avuto un infanzia non facilissima. Famiglia divisa e pochissimo affetto. Era cresciuto in strada con pochissimi punti di riferimento. Era il classico bulletto e strafottente con gli adulti e con alcuni coetanei che non gli andavano a genio, ma con chi riteneva più degno si comportava da vero amico. Io avevo, non so perchè, la fortuna di essergli simpatico e per questo motivo con me era molto gentile e premuroso. Mi teneva sotto la sua ala protettiva e mi difendava in qualsiasi situazione. A me faceva piacere e lo lasciavo fare. Era Anche molto carino. Magro ma non eccessivo. Fisico sportivo. Alto nella norma. Capelli castano scuro tenuti a caschetto con un bellissimo ciuffetto davanti al viso che spostava di continuo. Occhi castani e viso molto carino. Per me era un gran figo.

Nella stanza c’erano tre letti da un lato e tre letti dall’altro, sistemati a specchio. Noi, ovviamente li avevamo uniti formando due grandi lettoni da tre letti. Davide si mise all’estremità, Federico in mezzo e io all’altra estremità. Dall’altra parte si erano sistemati Tommaso, Lorenzo e Simone proprio davanti a me.

Alla sera, stanchi ma ancora con tanta voglia di fare, andavamo a letto e, come tutti i ragazzi, ci intrattenevamo fantasticando su ipotetiche avventure sessuali.
Ognuno di noi gareggia va a chi aveva più fantasia e gli altri ascoltavano eccitandosi non solo mentalmente ma anche toccandosi i propri genitali. Dopo poco praticamente tutti avevamo il cazzo bello dritto.

Nonostante io fossi sempre stato di carattere molto timido, rimanevo comunque disponibile a partecipare a quelle serate di racconti che poi immancabilmente finivano con una maturbazione generale da sotto i nostri bianchi lenzuoli che andavano  a nascondere tutto.
Una sera, mentre eravamo intenti nei giochetti sopra descritti, Tommaso, solito spavaldo e sicuro di se, ebbe un idea!
Propose un gioco nuovo. Dopo aver raccontato ognuno le proprie fantasie che ci portavano ad avere tutti delle belle erezioni, dovevamo rimanere coperti con il lenzuolo, il ragazzo che aveva il letto vicino alla porta a quel punto spegneva la luce e dopo alcuni attimi la riaccendeva. Dovevamo nel frattempo abbassare il lenzuolo in modo tale che come si accendeva la luce tutti mostravano la loro erezione!
Grandi risate! E non solo! una maggiore ecitazione prendeva tutti. Accettammo euforici quella idea.

La luce si rispense e alla riaccensione tutti si mostrarono completamente nudi, sbirciando il cazzo duro degli altri e tenendo ben stretto il nostro!
Tutto finiva di nuovo in una generale masturbazione!

Davide mostrò un pisello di 18 centimetri, sottile come il padrone. Tommaso invece ce l’aveva 16 centimetri come il suo gemello. Erano uguali uguali anche in quello. Il mio migliore amico Federico arrivava a 17,5. Ce l’aveva lungo e stretto. Mi incantai nel guardarlo. Non lo avevo mai visto così, in quello stato. Ero eccitatissimo a quella vista. Il mio migliore amico eccitato vicino a me. Volevo saltargli addosso per poterlo spogliare. Lo desideravo. Ma dovevo mantenere la calma.
Vi aspettereste che vi dica che avevo un uccello bello grosso e notevole ma non era così. Il mio pisello era infatti lungo 14 centimetri. Avevamo 15 anni ed ero io, di tutto il gruppo, uno di quelli meno dotati, per cui esitavo un po ad esibirlo come invece faceva qualche amico. Ma l’uccello che mi colpì più di tutti fu quello di Simone. Simone aveva infatti una sberla di 20 centimetri. Era lungo, largo il giusto e pieno di peli ed aveva una cappela spettalocare. Rimasi incantato.

Tutto come al solito si concluse con la solita sega di gruppo, anche se questa volta era fatta tranquillamente tutti allo scoperto.

Il giorno dopo non feci che pensare alla stupenda ed inaspettata visione avuta la sera prima. Non avrei mai pensato che Simone avesse un pisello così stupendo. Ero rimasto rapito. Avevo voglia di rivederlo, di toccarlo, di farlo mio… ma che mi prendeva?? cosa mi stava succedendo?? Forse era solo pura curiosità verso un amico, forse era l’affetto che provavo per lui… non sapevo quale era il motivo ma volevo avere un occasione di rivederglielo e magari senza tutti gli altri attorno. Decisi che dovevo fare qualcosa e studiai un piano.

Tutte le sere, tornati dalla spiaggia della colonia, ci facevano fare la doccia. Gli animatori, per evitare casini nelle docce, ci mandavano a lavarci due alla volta. Il bagno adibito alle docce non era grandissimo e si trovava al piano inferiore rispetto alle camere. Era formato da tre “camerini-doccia” separati e chiusi da porte, dentro cui si trovavano le docce vere e proprie. Un animatore era preposto a sorvegliare e a dirigere le entrate e uscite dei ragazzi dalle docce. Quella sera, con la scusa di richiedere qualche consiglio su come approcciare con una ragazza, feci in modo che io e Simone rimanessimo ultimi a farci la doccia.

«Ehi, bello, hai visto che ore sono?? è tardissimo! vado a fare la doccia! mi devo assolutamente dare una sistemata e rendermi presentabile. Tu che fai?» mi disse accorgendosi ad un tratto che si stava facendo tardi e che quasi tutti ormai erano pronti per la cena. «cavolo! è vero! vengo anche io! che dici? Ci docciamo insieme?!»  chiesi allora speranzoso. Infatti, andando due alla volta, e per fare più in fretta, spesso gli animatori lasciavano entrare in doccia anche due ragazzi alla volta se volevano. Bastava che si muovessero e che non combinassero casini. «Ok! dai preparati che scendiamo!». Più in fretta che potevamo ci spogliammo rimanendo in mutande, ind»ossammo l’accappatoio, prendemmo lo shampoo e ci dirigemmo verso le docce. Arrivammo giù che ormai gli ultimi ragazzi si stavano asciugando.

«E voi?? vi sembra l’ora di scendere per la doccia??» chiese l’animatore di turno alla sorveglianza dei bagni. «Io scendo quando voglio!» «Sei il solito sbruffone, Simo! devi piantarla!» «Perchè?? se no, cosa mi fai??»«per esempio non ti faccio venire al mare domani!» «oh mio dio… ho paura! sto tremando come una foglia! …ma smettila sfigato…». Simone era fatto così. Non riusciva proprio a fare il bravo ragazzo in presenza di qualche adulto. «…comunque noi due siamo gli ultimi…ora puoi alzare i tacchi ed andartene!» «e da quando decidi tu quello che si deve o non si deve fare?» chiese l’animatore a Simone per cercare di mostrarsi superiore. ma non ci riuscì. «Te lo dico perchè non servi più  niente qui! in due cosa vuoi che facciamo?? o forse vuoi rimanere per cercare di vederci l’uccello?? eH?? è così vero?? brutto gay del cazzo!» Disse Simone provocatorio, afferrandosi e stringendosi il pacco da sopra l’accappatoio  mo di presa in giro. «vabbè… ho capito… me ne vado… tanto parlare con te è inutile… vedete di non combinare nulla… e sbrigatevi che è quasi pronta la cena!» concluse l’animatore prima di ritornarsene sconfitto al piano di sopra. Ora eravamo soli. Io e Simone.

Rimasti soli, Simone si girò, si tolse l’accappatoio appendendolo ad uno dei ganci della parete e si sfilò le mutande, per poi raccoglierle e metterle dentro la tasca dell’accappatoio. Non ci potevo credere. La stupenda visione della sera precedente era di nuovo li davanti ai miei occhi. Era bellissimo. Per non sembrare troppo imbranato o strano, mi affrettai a togliermi l’accappatoio e ad appenderlo vicino a quello di Simone, ma la mia timidezza e un’improvvisa paura mi giocò un cattivo scherzo e indugia nel togliermi le mutande. Simone, che aveva nel frattempo aperto la porta della cabina doccia ed acceso l’acqua, si girò verso di me « io non faccio la doccia con uno in mutande» disse serio.
«eh..no… cioè… certo che me le tolgo! un attimo!» e mi affrettai a denudarmi anch’io competamente per non fare brutta figura. Rimanemmo nudi uno davanti all’altro. Entrai anche io nella cabina doccia.  Io guardai lui con discrezione. Sorrise. Perché deve sorridere sempre quel ragazzo?
« ti imbarazza stare nudo con me?» chiese tranquillo.
« assolutamente no, cosa ti fa dire questo?» chiesi io cercando in tutti i modi di sembrare il più normale possibile.
«sei così angelico » disse facendo spallucce.

Incominciammo a docciarci e ad insaponarci. Fare la doccia con lui era qualcosa di incredibile. Non riuscivo a non guardarlo mentre si passava le mani su tutte le parti di quel meraviglioso corpo che si ritrovava.

«Hai finito di guardarmi L’uccello?! Non sarà forse che ti piace?».Cavolo, mi aveva preso alla sprovvista «Mi fa troppo strano avere un bestione così grande vicino…il mio sembra piccolo al confronto» gli risposi cercando di salvare la situazione «Ammettilo Ale…sei geloso…» rispose. meno male. veva abboccato. « No, semplicemente non mi va a genio che tu ce lo abbia più lungo del mio!». «Porco, ammetti quindi che ti rode che io ce l’ho più lungo!» rispose.  «Si, mi da fastidio lavarmi con uno che ce lo ha più lungo di me…e comunque il mio è più largo! »dissi io provocatorio. Io ero in imbarazzo, il suo tono di voce era serissimo. Improvvisamente sentii arrivarmi una mano sui genitali, era lui. «Hai dei coglioni duri! Chissà quanto ti masturbi.» iniziò a toccarli, la situazione era imbarazzante, ma inevitabilmente provavo piacere. «Chissà se quando eravamo piccoli già ti masturbavi come fai adesso eh?!». «No, mi masturbo solo dalla prima media.» risposi. Intanto mi continuava a stringere i testicoli. Poi la sua mano si spostò dai genitali al pisello. Tolse la mia mano e cominció a palparmelo «Non ne ho mai preso uno altrui fra le mani…» io rimasi immobile per il brivido del tatto delle sue mani. Poi improvvisamente staccò la mano e mi sorrise.  « mamma mia che voglia che mi è venuta…Me lo sparerei volentieri un bel segotto!». Io sorrisi e gli risposi«Se vuoi fai pure! Non ti sentire in imbarazzo…». Mi guardò con un sorrisetto malizioso. Si prese il suo pisello e incominciò a massaggiarselo con naturalezza. In breve tempo gli divenne duro come una roccia ed incominciò una vera e propria sega.

«Ah buona fortuna eh » dissi io stupito di tanta disinvoltura. «Non sono uno sfigatello pauroso come te!» disse provocandomi. A quel punto, sentendomi chiamato in causa, mi diedi due o tre toccatine ein un lampo anche io ero in piena erezione e cominciai anch’io a masturbarmi. Intanto i discorsi si stavano scaldando sempre di più.

«Hai mai fatto una sega a un altro ragazzo ?» mi chiese ad un tratto. «No…mai» «Ti va di farla a me ?» mi chiese con disinvoltura. Dalla timidezza non riuscii a ripondere. Non credevo alle mie orecchie. Non sapevo che fare. E se fosse stato uno scherzo o uno stupido tranello? affossato da tutti questi pensieri non riuscii a fare nulla. Allora fù lui a muovere la situazione. Vedendo la mia indecisione, mi prese in mano l’uccello e mi mise tra le mani il suo. Iniziammo a masturbarci l’un l’altro.

«Stai tranquillo tanto tra ragazzi è normale….» mi rassicurò dolcemente. Io continuavo a non riuscire a rispondere e mi lasciavo guidare da lui come un burattino. Nel frattempo l’acqua continuava a scendere e dopo poco lo avvertii che stavo per venire, così lui si abbasso, se lo mise in bocca e mi inizio a spompinare.

«Ma cosa cazzo fai ?» chiesi stupito ed imbambolato mentre lui continuava ad assaporarmi il pisello. Ero eccitatissimo da questa cosa e non lo fermai. Gli venni in bocca, lo inondai, non avevo mai sborrato così tanto.

A quel punto si alzò. «Ti ho fatto una pompa, adesso tocca a te !» Io subito esitai ma lui mi mise una mano sulla spalla e mi abbassò. Lo presi in bocca e iniziai a spompinarlo. Dopo poco venne anche lui e riuscii ad ingoiare parte della sua sborra!

Intontito da quanto successo mi rialzai. Mi guardò sorridendo. «Fai delle pompe fantastiche, però io non sono Gay… era solo una cosa tra amici….Okay ? Non dirlo in giro, sennò….» mi avvertì con fare serio e minaccioso. «Okay, ma anche tu devi tacere..»

Ci stringemmo la mano, ci risciacquammo e uscemmo, nudi, dalla cabina doccia. Li mi sedetti sulla panca e mi iniziai ad asciugare.

«Bhe…comunque devo farti i complimenti… Quanto cazzo hai sborrato?!» mi chiese Simone rompendo l’imbarazzante silenzio. Sorrisi «Eh si… mi sono sviluppato presto e poi me ne faccio parecchie di seghe! il segreto per venire tanto è tenersi allenato!» scoppiammo entrambi a ridere felici.

Finimmo di asciugarci, indossammo di nuovo l’accappatoio e tornammo in camera per prepararci alla cena. Quella fù tra noi l’ultima volta che ci scambiammo favori sessuali. Dopo quell’estate le nostre strade si separarono. Non seppi più nulla di lui finchè non scoprii leggendo i giornali che era stato arrestato per reati legati allo spaccio e alla droga. In seguito scoprii che aveva avuto tante relazioni instabili ed almeno due figli da altrettante donne diverse. Ma nonostante tutto lo ricordo con grande affetto e quella doccia di quell’estate in colonia non la dimenticherò mai. In quanto a me… bhe… si, dopo tanti anni di convivenza… mi sto per sposare… con Federico! Ricordate? il mio miglior amico d’infanzia. Ma questa è un’altra storia…

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Il mio cugino più grande

Frequentavo la terza superiore ed era appena stato promosso con il massimo dei voti. I miei erano fieri di me. Anche gli zii. Mi chiamarono entusiasti complimentandosi. Avrebbero mandato Davide, mio cugino ventenne, a portarmi un regalo. Abitavamo a pochissima distanza da loro e questo ci permise di frequentarci molto e di essere molto uniti nonostante la differenza di età. Avevo sempre avuto una forte passione per lui, sin da bambino.  Lui è più grande di me di circa quattro anni, ma siamo sempre cresciuti insieme. Già fin da quando, entrambi piccolissimi, amavamo rotolarci nell’erba del prato della vecchia casa di mia zia, in piena estate, nudi, mentre magari gli innaffiatoi spruzzavano da tutte le parti getti di acqua fredda… Eh, bei tempi quelli… Era il periodo dell’innocenza che venne improvvisamente interrotto quando Davide iniziò la fase dello sviluppo e del senso del pudore.

Aveva un colore degli occhi a metà tra il verde e blu, poi quei capelli biondi mossi, mezzi lunghi, quel pizzettino sottile e delicato che andava da orecchio a orecchio. Alto, ben fatto, i muscoli giusti al posto giusto. Doveva piacere parecchio alle donne. Ma lui non parlava mai di donne, forse per il suo modo timido e gentile che era una caratteristica del suo carattere.  Quando arrivo’ gli saltai al collo e lo abbracciai forte, molto forte, non so se lui se ne accorse ma fu l’impulso. Dopo essersi accomodato e i classici saluti di rito, mi allungo’ il grosso pacchetto che aveva portato chiedendomi <Non ti interessa sapere cosa c’è qui dentro?>. <Certo che mi interessa!> replicai. E lui <Allora prova a indovinare!>. Gli chiesi <Dammi un aiuto!>. <E’ una cosa che si usa con la testa e con le mani!> e fece un sorrisino.
Chissa’ se aveva voluto farmi intuire un doppio senso o se era la prima cosa che gli passo’ per la testa! <Troppo difficile> dissi io.
Presi il pacco in mano e cominciai a togliere la carta regalo, ero molto curioso. Strappai di netto l’involucro per l’impazienza e mi accorsi cosa mi avesse portato. Un pc portatile. L’avevo sempre desiderato e adesso era mio. Guardai Davide e per ringraziarlo lo abbracciai di nuovo, forte, e in tanto annusavo il profumo che la sua pelle emanava. <Devi ringraziare i miei, te l’hanno comprato loro> commentò. <Dopo li chiamo e glielo dico che è stato un regalo stupendo, non me lo sarei mai aspettato!>. Ad un certo punto mia madre interruppe quel bellissimo quadretto famigliare  <Davide, visto che è qus ora di cena, perchè non ti fermi a mangiare qui con noi? ci farebbe piacere!> <Grazie zia, ma non vorrei disturbare…> <Ma quale disturbo, anzi è un piacere!> <se è così, allora mi fermo volentieri… avviso solo mia madre…>
Ero felice di poter passare del tempo con lui, e mentre era impegnato con il cellulare a mandare il messaggio alla madre per dirgli che si sarebbe fermto a cena da noi, non gli tlsi gli occhi di dosso neppure un momento.

Ci mettemmo a tavola e mia madre ci servì delle ottime lasagne al forno. Mia madre è una grande nel farle. Davide se ne mangio’ due piatti, di fame ne aveva.
Io poca, non riuscii neanche a finire la mia porzione e lo notò. <Tu non hai fame? Devi mangiare, devi crescere!>
<Sono già cresciuto abbastanza, peccato che nessuno se ne sia accorto ancora, mi trattano tutti ancora come un bambino> <Ma và! non è vero! io no!> mi disse con sguardo tenero. Quando faceva così mi scioglievo come burro sul fuoco.

Purtroppo dopo cena dovette tornare a casa. La tristezza di vederlo andare via si interruppe all’improvviso con una splendida idea. Gli proposi di andare a trovare insieme la nonna quel fine settimana. Le cene dalla nonna erano una delle cose che mi rendevano felice e per di più mi avrebbe permesso di rivedere presto il mio adorato cugino. Accettò con entusiasmo, ci mettemmo d’accordo e se ne andò.

Con grande trepidazione, finalmente arrivò il weekend. Come si sà, gli anziani hanno l’abitudine di cenare presto, e l’orario previsto era le diciannove in punto. Mi preparai e mi affrettai per farmi trovare puntuale nel luogo dell’incontro con Davide, ovvero casa di mio cugino, dove insieme dovevamo recarci dalla nonna. Arrivai davanti casa di mio cugino alle 18.30 circa e la portiera mi avvertì di aspettare lì, in quanto non c’era ancora nessuno. Dopo cinque minuti arrivò mio cugino, abbandonando la sua “Vespa” davanti l’ingresso del palazzo. Aveva addosso una tuta in felpato grigia, da dove comparivano aloni di sudore.
Mi venne subito incontro con quel suo sorriso speciale. Ci abbracciammo e ci scambiammo un bacio innocente sulla guancia. Quello che mi colpì quella sera era l’odore che emetteva. Quell’odore di palestra, di sudore, di muscoli in tensione, di sport intenso. Ne respirai poco a piene narici, mentre lui mi disse:
<Scusami Ale! sono in un ritardo pazzesco! Ero in palestra e non mi sono accorto dell’ora! Devo fare la doccia e poi andiamo. Non posso andare dalla nonna in questo stato, mi butterebbe fuori di casa!>.
<Sbrigati, però!>, ripresi io mentre ci avviavamo verso l’ascensore e lui cercava dallo zaino le chiavi di casa. <La strada c’è e faremo tardi!>
<Farò la doccia più veloce che ci sia!> riprese mio cugino mentre già l’ascensore ci aveva fermati al quinto piano di quello stabile. Aperta la porta di casa, Davide mi disse di seguirlo, mentre iniziava a spogliarsi buttando tutto per terra. In quel corridoio volavano scarpe, tute, pantaloni, calzini puzzolenti. Io da dietro, sapendo quanto ci tiene mia zia a voler tutto in ordine, con i buoni sentimenti che sempre mi hanno animato, iniziai a raccogliere tutta questa roba sporca con l’utilizzo di due sole dita.
Mio cugino, intanto, si era già infilato in bagno, lasciando la porta aperta. Sentivo già scorrere l’acqua sul piatto della doccia quando, a completare l’opera, dalla porta del bagno volano anche un paio di boxer. “Ha completato l’opera”, pensai io, e ridacchiando continuai nell’opera di bonifica del corridoio.
Indugiai un poco quando presi la parte superiore della tuta in felpa. La collegai a quell’odore che avevo sentito poco prima e risalgono nella mia mente di adolescente tutte le fantasie conosciute fino a quel tempo che erano in verità praticamente ben poche, quasi nulla. Gettai istintivamente le altre cose in un angolo ed abbracciai quella felpa, immergendomi interamente il viso in quell’intruglio di sudore e cotone che più respiravo e più mi piaceva. Sentivo già qualcosa dentro di me che cominciava a far pulsare più velocemente il cuore, a smorzare i respiri e ad accelerarne i regimi… Anche sotto, qualcosa prendeva vita. .
Mentre ero in quest’estasi, mi riportò alla realtà il canto stonato di mio cugino da sotto la doccia. Con un poco di vergogna, raccolsi tutto e mi avviai verso la porta del bagno, dove c’era il cestello per la biancheria sporca. Feci per entrare quando mi bloccai nuovamente. Dalla tendina, Davide si vedeva!
<Posso? Devo posare la roba sporca> feci timidamente, mentre mi accendevo di color rosso-vergogna.
<Si, si, Entra pure!> disse mio cugino da sotto la doccia.
Entrai allora con cautela, continuando a dire “permesso, permesso”, tenendo gli occhi più bassi possibile per evitare di guardare “oscenità” e deposi tutto quel groviglio di puzza dentro il cestello. Girandomi per andar via, non potevo non vedere.
Mio cugino si stava insaponando laggiù, con un ritmo lento ma regolare passava le sue mani intrise di bagnoschiuma su un’asta ad angolo retto, rigida, lunga… Mi fermai come inebetito a guardare. Lui se ne accorse e, dopo un sorrisino malizioso, se ne uscì dicendo: <Eh, devi crescere ancora qualche annetto per averlo così>, mentre continuava a toccarsi ripetutamente.
Io ero ancora immobile, vicino il cestello della roba sporca. Avrò avuto una espressione da ebete, a giudicare lo sguardo malizioso e canzonatorio di mio cugino mentre accennava ad un principio di masturbazione. Approfittando di un raro momento di lucidità in quell’istante, preferii andar via e mi rifugiai nella sua stanza, ancora rosso per l’imbarazzo ed eccitato! Si, ero eccitato ad aver visto un cazzo! Ciò che prima era solo un pezzo di carne moscia stava iniziando a prendere vita! Non sapevo come fermare quello stato di erezione: più cambiavo posizione e più c’era il cazzo che spingeva dai jeans. Decisi allora, da inesperto ed molto imbranato, di sbottonarmi i pantaloni e cercare di sistemarlo meglio. Mentre cercavo di fare tutto questo,  entrò nella stanza mio cugino, di ritorno dalla doccia, con solo un asciugamano a coprire la situazione.
Io imbarazzatissimo non sapevo cosa fare prima, mentre sul volto di mio cugino vidi stampato per la prima volta quel ghigno perfido di soddisfazione che avrei rivisto ogni volta che da quel giorno rinnovammo il nostro patto di complicità.
<Non c’è nulla di male, sai>, prese a dire lui, sollevandomi dall’imbarazzo, <Sei ormai un uomo pure tu. Tanto vale che impari ad usarlo per come deve essere usato, non solo per far pipì. Sarei felice d’insegnarti, sempre che tu voglia…>
Io non risposi. Lui si sedette sul letto vicino a me ed abbandonò l’asciugamano che rotolò per terra, scoprendolo totalmente in tutta la sua bellezza di ventenne palestrato.
<Spogliati, dai, ti insegno qualcosa> ed allungando la mano verso il terzo cassetto del comodino tirando fuori  un paio di giornaletti porno.
<Ma dobbiamo andare a cena… La nonna…> provai a balbettare io.
<Fottitene! Ci inventeremo una scusa> e così dicendo aprì il primo giornaletto dove c’era un groviglio di corpi nudi che scopavano come dannati. La sua erezione alla vista di quella figura che sicuramente tante volte lo aveva accompagnato diventò ancora più massiccia.
<Sei ancora così?> mi sussurrò mio cugino mentre io ero inebriato dalla vista di quel sesso sfrenato.
<Dai togliti tutto e rimani come me!>
Mi alzai, allora, ed iniziai a spogliarmi mentre tenevo lo sguardo fisso sul cazzo elefantiaco di mio cugino, il quale continuò a mostrarmi il sorrisino solito, contento di essere guardato con invidia e rispetto da un bamboccetto sedicenne quale ero.
Una volta nudo ripresi posto vicino a Davide, il quale iniziò a toccarmi i muscoli compiaciuto, dicendo: <Diventerai un buon fisico se lo curi di più, sai?>
Quanto mi piacevano quelle carezze… Era una sensazione di piacere estremo. Ero tentato a toccarlo subito anche io, ma l’imbarazzo mi dettò di frenare ancora.
Riprese poi il giornaletto, anche se ognuno guardava il cazzo dell’altro più che le figure e gli incroci promiscui lì fotografati, di incominciammo a masturbarci, fino a quando gli domandai innocentemente se aveva già fatto quelle cose fotografate su quei giornali con qualcuno fino ad ora.
<No>, mi rispose e, dopo un poco di silenzio mi disse di rimando: <Vuoi essere tu il primo?>
Ero terrorizzato! Un maschio con un altro maschio?!? Io, ancora fresco di catechismo e di inculcazione di concetti religiosi e tabù! Da quando mai questo! <Ma io sono un maschio!>
Capendo la mia espressione spventata, mi prese la mano e aggiunse: <Ti ricordi di Hassan, quel mio amico tunisino? Bene, lui mi ha detto che nella società araba fare sesso fra maschi aiuta a tenere saldi i rapporti tra parenti e a instaurare e fortificare la gerarchia familiare. Non c’è nulla di male farlo. E poi, in mancanza di donne…>
Tenere saldi i rapporti? Gerarchia familiare? Era davvero arabo per me! (per restare anche in tema!) E poi mi bloccava il mio alto senso di pudore e timidezza <Ma non siamo mica in Arabia…! E io non sono un musulmano!>
<Dai, lasciati andare… vedrai, ti pacerà>, disse allora mio cugino lasciandomi stranito per un poco.

Dentro di me ero diviso in due parti. Da una la moralità di dire no al sesso tra maschi. D’altra parte, a livello di subconscio, si muoveva un qualcosa dentro me che voleva prendere in mano la magnificenza del cugino e provare con lui nuove esperienze. “Tanto, meglio che lo provi con lui piuttosto che con un altro” mi ripeteva una vocina. Era lo spirito gay che iniziava a fare la sua comparsa in me.
Chiusi gli occhi per un poco, per riflettere meglio. Davide ne approfittò e lentamente le nostre bocche si toccarono. Dopo pochissimo mi ritrassi subito. Riaprendo gli occhi vidi Davide che mi sorrideva. <Dai, cugino… non c’è nulla di male…> mi sussurrò.

Quel sorriso era un qualcosa di superlativo. Secondo me riusciva anche a sciogliere come burro le pietre di granito. Gli sorrisi anche io mentre pensavo “Fanculo alla coscienza” e teneramente mi riavvicinai. Mentre le nostre bocche si univano ancora, le nostre mani contemporaneamente cercarono il sesso dell’altro, impugnandolo e masturbandolo con delicatezza estrema.
Lentamente Davide mi spinse sul letto e mi fece girare, salendomi poi di sopra. Si distese sulla mia schiena mentre continuava a baciarmi. Sentivo la sua virilità tra le chiappe del culo. Un sospiro di sollievo e di estasi mi venne naturale, mentre lui mi apriva le cosce e cercava il buchetto vergine che a breve avrebbe violato. Era eccitatissimo al pensiero di incularmi. Anche se per lui era la prima volta, i suoi gesti erano tremolanti ma sicuri del fatto suo. Sapeva bene dove andare a cercare e cosa fare.
Prese della crema contro le scottature da un cassetto ed iniziò a spalmarla per bene sul mio buchetto e a massaggiarlo. Poi passò anche al suo interno con un dito, poi due… poi persi anche il conto! Faceva male, ma era bellissimo. Lentamente poi sfilò le dita per iniziare ad inserire “il magnifico”, così come lo chiamava lui. Passo dopo passo lo sentivo sempre più dentro, sempre più pulsante. Mi fece male all’inizio, ma dopo un poco di suoi movimenti leggeri tutto cambiò in piacere estremo.
Fu talmente delicato che quasi non lo sentivo.
Mi penetrò fino alle sue palle. Tutta la sua asta era nel mio culo vergine e voglioso. Un sospiro dopo l’altro, il ritmo di mio cugino andò a crescere, accelerando sempre più fino a venire abbondantemente e copiosamente nel mio culo dolorante.
Lo estrasse dopo un poco e si distende su di me. Ero in estasi ed anche lui lo era. Mi strinsi a lui, sotto il suo braccio muscoloso e mi accucciai soddisfatto. Davide continuava ad accarezzarmi. I nostri sguardi si incrociarono ancora e ci baciammo mentre i nostri sessi erano dritti e duri l’uno sull’altro.
Poi lui fece una cosa strana: si girò in senso contrario a me e mi prese con la bocca il pisello. Avevo il suo uccello a pochi centimetri dalla mia bocca e non sapevo cosa fare. Era la prima volta che qualcuno mi mostrava un classico 69 ed ero impacciato. Dopo un poco di titubanza, vedendo con la coda dell’occhio che mio cugino succhiava avidamente il mio membro, mi decisi a fare lo stesso. Ci succhiammo fino a venire l’uno nella bocca dell’altro.
Mentre io avevo in bocca quello splendore, avevo davanti agli occhi il buchetto del culo di Davide e provai a toccarlo. Mio cugino si fermò di botto dicendomi che il suo culo non si poteva toccare, chiarendo subito le posizioni.
Ad un tratto il telefono squillò. Erano i genitori di Davide. Mio cugino andò a rispondere. Non c’eravamo accorti che si erano fatte le otto meno venti!!! Dopo le scuse di circostanza e l’invenzione che <<eravamo appena arrivati, anzi Alessio aveva aspettato davanti alla guardiola in portineria per una buona mezz’ora. La vespa mi aveva tradito e ho fatto la strada a piedi spingendola fin qui. No, adesso funziona. Ho dato una controllata… La candela sporca… Stiamo arrivando, mi sto cambiando e arriviamo. Si, se non si accende ti chiamo io>>
Quando tornò in camera, mio cugino esclamò:
<Beh, la pacchia è finita! In piedi, nonna ci aspetta!>

Era ormai l’ora di andare a cenare dalla nonna.Ci rivestimmo, a malincuore, iniziammo a scendere verso la strada. Appena arrivati giù trovammo mio padre che, preoccupato del nostro ritardo, era venuto a cercarci. Sembrava che avessimo calcolato i tempi! Felici di lasciare la vespa e prendere la macchina, ci sistemammo tutti e due sul sedile posteriore della vettura, stringendoci la mano in segreto, come teneri amanti.

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Avere 15 anni

<…perché non vai con Stefano negli Scout?…>  così si presentò la domanda di mia madre in quella ordinaria giornata mentre ero intento negli studi.

<non ci penso neanche!> questa fu la mia risposta, al solo pensiero di dover sorbirmi quell’ambiente intriso di religiosità e quant’altro mi si accapponava la pelle.

D’altro canto avevo sempre riflettuto sul perché Stefano, mio grande amico sin dall’infanzia, aveva intrapreso e continuato la sua frequenza nel gruppo degli scout della parrocchia, lui che aveva sempre detestato le regole e amava la libertà in ogni sua forma….

Da lì a qualche giorno Stefano passò a trovarmi a casa.

<ciao! entra>, lo accolsi, <come ti và?>, <erano un po’ di giorni che non ti vedevo Vale, mi trovavo a passare e mi son fermato…>, <hai ragione Stè, ma quella di mate ci ha riempiti di esercizi da fare, se continuo così mi cresceranno le ragnatele fin sotto le ascelle…> <a dire il vero Vale son passato anche per un altro motivo…> <spara Stè> <mi ha detto mia madre che ha parlato con tua mamma e le ha detto che verrai negli Scout anche te… ti prego dimmi che è vero!>

Mi ritrovai di un imbarazzo sconcertante, questa volta mia madre l’aveva combinata davvero grande, e in un nanosecondo avrei dovuto dare una risposta al mio migliore amico…

<beh… si, diciamo che stavo valutando l’ipotesi Stè, però ci sono degli aspetti che non mi convincono…> <tipo?> mi disse subito… <tipo andare sempre a fare i gruppi preghiera e cose così….> <ma và!> mi rispose prontamente, <guarda che puoi gestire la cosa come meglio credi, anche io spesso le salto, però ti assicuro che c’è da divertirsi Vale, soprattutto quando andiamo a fare i campi estivi, te mi conosci, sai che se non trovassi il lato interessante nel fare una cosa, sarei il primo a non farla! Eheh…> <beh… se mi assicuri che è così…> <parola di scout!> ribattè facendosi una bella risata.

Il Giovedì seguente la madre di Stefano e lui stesso, passarono a prendermi, quella sera avrei avuto il mio primo incontro nel gruppo degli scout…

Passarono sei mesi, al contrario di come pensavo l’ambiente non era affatto bigotto, si rideva e si scherzava continuamente, si organizzavano decine di attività, giochi e si programmava il prossimo campo estivo, che si sarebbe tenuto in una località di montagna nel trentino…

Arrivò il fatidico giorno della partenza per il campo, divìse, zainoni in spalla e tanta eccitazione per quella nuova esperienza…

Arrivammo al campo che era già pomeriggio inoltrato. occorreva ancora montare la tenda, preparare cena e sistemare i bagagli, l’indomani mattina ci si doveva alzare presto per fare la prima escursione, così di buona lena iniziammo a montare l’abitazione provvisoria che ci avrebbe accolto per circa una settimana.

Durante il montaggio ci divertimmo come dei matti, in alcuni momenti sembravamo due emeriti imbranati con tanto di punto interrogativo sulla testa, ma con tanta pazienza riuscimmo nell’intento, sistemammo gli zaini all’interno e iniziammo ad accendere il fuoco per la cena…  Il bello era che in determinate attività ogni coppia o trio facenti parte della tenda doveva arrangiarsi in modo autonomo, come il prepararsi da mangiare o lavarsi gli indumenti. In questo modo avrei potuto godermi meglio quel tempo in compagnia di Stefano.

Arrivò la sera, cenammo, ripulimmo tutto e ci buttammo in tenda, sapevamo che la sveglia al mattino sarebbe avvenuta molto presto, e quindi decidemmo di ritirarci.

Era estate e faceva un gran caldo.  Stefano allora mi guardò e mi propose qualcosa che mi stupì ma che allo stesso tempo mi elettrizzò al sol pensiero.

<Ma fa veramente caldo qui! Senti, tanto siamo soli, ti dispiace se mi metto in libertà?>. Mi lascì sbalordito. <N-no, figurati! fai pure!> risposi per non sembrare lo sfigato della situazione. Udito il mio assenso, si sfilò la maglietta e pantaloni della tuta e restò in mutande. <E tu? Non hai caldo? minchia, io sto morendo!> disse. Rimasi muto ad osservarlo, non sapendo cosa rispondere. Ero pietrificato dalla situazione. Stefano capì la mia incertezza e rincarò la dose. <Mica ti vergognerai! Tanto siamo tra maschi!> <No.Figurati!> Dissi e comincia ad abbassarmi i pantaloni. Quando, ormai anche io ero in mutande, rialzai lo sguardo verso il mio amico, mi accorsi che Stefano non si era fermato alle mutande, ma si era messo in totale libertà, rimanendo completamente nudo.

Ero a bocca aperta. Stefano mi guardò e notò la mia faccia sbalordita. <bhe?? che c’è? Non hai mai visto un uomo nudo??> mi domandò divertito. <v-veramente mai…> <bhe, dai… è normale qui agli scout dormire nudi in tenda… e poi… siamo amici… e qui fa un gran caldo… si dorme molto più fresco così!> continuò la spiegazione.

La situazione si fece molto imbarazzante e io non sapevo più cosa dire e divenni tutto rosso come un peperone. Fù lui che ancora una volta si dimostrò più audace. <Scusa… levati tutto, non vedi che siamo solo noi due?> disse sicuro di se. Notando che la mia incertezza faticava ad andar via, decise di insistere ancora, provocatorio. <Cos’é?! hai paura di farti vedere il pisello?!>

Ormai non avevo più scelte. Continuando così avrei fatto la figura del cretino. Tanto valeva assecondarlo.Feci un sospiro. <va beh… tanto ormai…> mi  afferrai l’elastico delle mutande e me le levai. Ora eravamo entrambi nudi come le nostre madri ci avevano fatto.

Mi fermai un attimo ad ammirare il suo corpo. Braccia e spalle tipiche del nuotatore,  linee del suo viso che già iniziavano ad assumere dei tratti da adulto, petto completamente glabro e con dei capezzoli perfetti. Il suo bel pisello a riposo, di normale lunghezza e sormontato da un cespuglietto di peli pubici, che nonostante l’età era rigoglioso.

<ora possiamo dormire!> affermò, a quel punto, tutto contento Stefano, che intanto si stava sistemando per coricarsi. Avremmo dormito nei sacchi a pelo. Io e Stefano ne avevamo uno identico, mia madre lo comprò nello stesso store dove lo comprò la mamma di Stefano sotto suo consiglio. Una volta che entrambi eravamo sistemati dentro il sacco a pelo, ci dammo la buonanotte e calò il silenzio. Mi girai dandogli la schiena. Sebbene stessi cercando di mostrare indifferenza per quella situazione, la faccenda incominciava ad eccitarmi: io e lui nudi nella tenda.

Era inutile, non riuscii a dormire quella notte. Mi giravo e rigiravo nel sacco a pelo senza riuscire mai a prender sonno. Cosa mi stava succedendo? In passato non era mai accaduta una cosa del genere. Ero un ragazzo di quindici anni, al campo scout con i miei amici e adesso, nella tenda che dividevo con il mio amico Stefano, non riuscivo a dormire.

La tenda poteva ospitare quattro persone, però avevamo sistemato i materassini di traverso per stare più comodi, dunque eravamo molto vicini e quella vicinanza mi turbava. Quelle pareti di tela racchiudevano i nostri odori. In quella notte insonne con gli occhi spalancati li captavo tutti, ma, per uno strano caso, sentivo più distintamente quelli di Stefano. Il bagnoschiuma usato per fare la doccia, il profumo naturale della sua pelle e quello della sua nudità visto che sotto il sacco a pelo per metà aperto non portava niente.

La notte procedeva ed io continuavo a non dormire, girai lo sguardo verso Stefano che con il suo caldo e ritmico respiro continuava il suo beato dormire. Conoscevo Stefano da una vita, da quando a tre anni entrambe le nostre mamme ci iscrissero a scuola e noi finimmo nella stessa sezione e da allora eravamo inseparabili. Avevamo scelto pure la stessa scuola superiore per rimanere insieme.

In quella lunghissima notte il mio migliore amico non mi faceva dormire. Cos’era? Turbamento? Paura? Ma di cosa? Niente, non riuscivo a trovare risposte o forse non volevo averle? Ogni tipo di domanda affollava la mia mente e tutti quei quesiti contribuirono ad allontanare da me il sonno.

Stefano, ad un cero punto, si girò nel sonno, rivelando a miei occhi, che si giravano sempre verso la sua direzione, il suo corpo ancora più scoperto. Riuscivo a vedere il cespuglietto del pube.

L’avevo visto nudo, per poco, poche ore prima quando ci eravamo messi a letto e forse quella visione aveva fatto sì che non dormissi. Forse non riuscivo a dormire perché avevo visto nudo un mio amico. E in quegl’istanti stava ricapitando ancora, nonostante fosse in gran parte velata. Continuavo a guardare Stefano. Perché?

Mi ritrovavo lì disteso e non dormivo per poter guardare il mio amico che mi stava accanto. Il mio corpo venne attraversato da una sorta di brivido che mi fece inarcare la schiena e fare dei piccoli movimenti come se cercassi una posizione più comoda. Il mio sudore iniziò ad uscire copioso, ma non per il caldo. Cosa stava succedendo?

Le mie mani non riuscivano a trovare una posizione ed erano vogliose di un contatto. pensai che il contatto riguardava me ed il mio corpo, ma mi sbagliavo. Una volta messe tra le mie gambe rimannero come insoddisfatte. Ero in balia a dei contorcimenti che scuotevano il mio corpo così tanto che feci muovere tutto il materassino così che Stefano si svegliò e mi vide con gli occhi puntati sui suoi.

Stefano, nonostante il sonno, vide che non ero in me, capì dal mio viso che c’era qualcosa che non andava <Che c’è, ti senti male?> mi chiese preoccupato. <No, tutto a posto, solo che non riesco a dormire, poi tutto questo caldo…>  <Sicuro?>  rispose <Dai… prova a chiudere gli occhi e cerca di rilassarti> nel dire questo passò un braccio sul mio corpo ed involontariamente toccò il mio pacco .

<Ecco perché non dormi!> disse lui con fare ironico. Ero entrato nel panico sentivo il mio corpo avvampare, ma non tanto per l’imbarazzo, ma perché il suo tocco era stata una frustata e il mio pene iniziò ad emettere una quantità enorme di umori. Cercai di sottrarmi al suo braccio e risposi che le ragazze che c’erano al campo mi avevano colpito in modo particolare. Marco corrugò la fronte <Quali ragazze? Ma se sono una più cessa dell’altra! Sicuro di star bene?>

Detto questo mi abbracciò ed io mi sciolsi a quell’abbraccio e senza volerlo esalai un gemito. <Ma cosa … > Stefano si sollevò su un gomito e mi guardò per quanto possibile, poi mi mise una mano tra le gambe toccandomi e sentendo l’umidore che eruttavo dal mio pene. <Ma allora tu … ero io che … > disse sorridendo.

Credevo fosse una risata di disprezzo, invece con fare fulmineo aprì il mio ed il suo sacco a pelo e con la bocca si avventò sulla mia. Il mio migliore amico mi stava baciando a labbra aperte facendomi sentire il sapore della sua lingua, ed io rispondevo con una passione tale che non sapevo potesse albergare nel mio corpo. Quel bacio allargò i miei orizzonti. Un attimo di respiro <Anche io non riuscivo a dormire pensando a te>  disse Stefano.

Cominciò a succhiarmi il collo e scese verso i miei capezzoli, accarezzandoli e mordendoli con fare gentile. Spostai la sua bocca quando ormai iniziavano a farmi male da quanto erano diventati duri.

Stefano, a quel punto, scendendo dolcemente verso il mio cespuglietto inguinale, mi fece emettere un piccolo urlo, senza pensare minimamente a chi potesse sentire, ma niente poteva eguagliare il piacere che provai quando la sua bocca toccò il mio uccello.  Mi tappai la bocca con entrambi la mani sapendo che altrimenti il mio grido avrebbe sicuramente svegliato tutti.

Era incredibile! Mi stavano facendo un pompino! stavo ricevendo il primo pompino della mia vita e mi piaceva tanto, forse dovuto al fatto che a farmelo era il mio amico Stefano, anche se, molto probabilmente, con lui la parola “amico” non valeva più.

Ero disteso a pancia in su a gambe larghe completamente nudo con un mio amico che aveva il mio pene in bocca, anche lui nudo. Io con una mano nella bocca e l’altra che vagava nel corpo di Stefano, toccando tutto quello a cui arrivava. Stavo toccando il ragazzo che mi stava pompando con una bramosia ed un desiderio sconosciuto, ma famelico. Il suo corpo era qualcosa che desideravo addosso, in contatto carnale con il mio. Credevo di non sopravvivere se non lo toccavo. Stefano era instancabile ed io non capivo come stavo riuscendo a non venire, visto le potenti ondate di piacere che scuotevano tutto il mio corpo.

La sua bocca era sublime, l’umido della sua saliva che sentivo colare anche nelle mie gambe mi deliziava. Nonostante era tutta un’atmosfera di sesso, c’era una nota di romanticismo che non rovinava il momento, ma lo migliorava.

Ad un tratto, Stefano smise di pomparmi ed io subito avvertii la mancanza della sua bocca e della sua lingua. Si alzò e facendo dei piccoli balzi in avanti portò alla mia bocca aperta il suo uccello che inglobai come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Stavo facendo un pompino al mio amico e dovevo essere anche bravo visto i respiri rotti che lui emise, il più soffocati possibili. I movimenti di Stefano erano incontrollabili, navigava nella mia bocca facendomelo ingoiare tutto. Era abbastanza lungo da arrivarmi in gola. Non sapevo bene come fare, ma la mia lingua e le mie labbra si muovevano autonome e mi venne naturale aspirare e solleticare la punta.

Stefano ormai era arrivato al punto di non ritorno. Sentii il suo uccello gonfiarsi, farsi più caldo e poi avvenne l’esplosione. La mia bocca già piena del cazzo del mio migliore amico, si riempì ancora di più del suo sperma che riuscii ad ingoiare in parte.

Bevvi lo sperma di Stefano.Sapevo che questa cosa la facevano le donna e avevo sempre trovato disgustosa. Stefano, a quel pinto, si alzò sedendosi sul mio petto e reggendosi sulle sue gambe. Mi guardò con il viso trasformato dal piacere e dalle grida che aveva dovuto trattenere ma con gli angoli della bocca incurvati in un sorriso. Portò una mano all’indietro per toccarmi tra le gambe e sentì che, nonostante la mi eccitazione, non ero ancora venuto.

Si allungò verso il suo zaino per prendere la crema solare. Con movimenti che non vedevo bene la adoperò per spalmarsela. Solo quando la sperse anche sul mi uccello capii le sue intenzioni e che se l’era spalmata anche nel suo buchino. Il massaggio con la crema fu lungo ed accurato ed io mi sforzai di non venire.

Con un balzo indietro cercò di impalarsi con me che me lo tenevo dritto e lui che se lo puntava nel buchino. Ci volle un po’ di tempo con lui che con un movimento brusco e doloroso per entrambi all’improvviso perse la sua verginità anale portandosi via anche la mia non essendo mai stato con nessuna e … nessuno.

Stavo perdendo la mia verginità con uomo e per giunta il mio migliore amico. Era questa la cosa che mi sembrava più incredibile. La persona che mi stava sopra, che mi guardava negli occhi e che stava fermo per calmare il dolore e abituarsi a quell’intrusione, era il mio amico da più di undici anni. Vidi che Stefano aveva delle lacrime agli occhi. Il dolore doveva essere stato forte. Anche io digrignavo un po’ i denti. Avevamo varcato quella soglia da inesperti e trasportati da troppa passione. Nonostante ciò, iniziammo a muoverci in quella danza antica, prima molto lentamente con sospetto, con accortezza poi il dolore diventò lieve fastidio, poi iniziammo a prenderci gusto ed infine divenne autentico piacere e il nostro movimento fu più fluido e veloce.

Non durai molto. Ero troppo su di giri. Esplosi nel suo corpo e subito dopo lo scostai. Volevo che non soffrisse di più nonostante alla fine i suoi gemiti erano di piacere. Si rimise nel suo sacco a pelo <E’ stato bello, molto bello > mi disse guardandomi. Poi si girò e dopo poco si addormentò. Io non riuscii a prender sonno. Quella notte non chiusi gli occhi nemmono un secondo. Prima per un turbamento, ancora inspiegabile. Dopo per molte domande che mi vennero in mente e come le prime senza risposta, tra cui ce n’era una troneggiava su tutte: Avevo fatto sesso con un ragazzo mio amico….ero gay?!?!?!?

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Racconti in pillole – in spiaggia con mio fratello

Sono uno studente fuori sede ed ero tornato a casa dall’università per la prima volta dopo un anno di studio. Non vedevo il mio fratellino da quando ero partito. Dopo qualche giorno dal mio ritorno, decidemmo di andare in spiaggia insieme, così da poter passare un po di tempo insieme. Solo tra noi fratelli.
Appena arrivati in spiaggia, mio fratello si tolse subito la maglietta. La vista del suo petto nudo mi stuzzicò. Tolsi anche io la maglietta. Non ero in forma come lui, ma il mio corpo non aveva nulla da invidiare. Mio fratello si spogliò fino a rimanere con il costume da bagno. Così feci anche io e insieme corremmo verso il mare.
 

Dopo circa 3 ore di bagni e divertimento, decidemmo che era giunto il momento di ritornarcene a casa. Mentre stavamo per ritornare, mi venne improvvisamente un’idea su come potessi vederlo nudo. 

«Fermo!» dissi. «Non vorrai mica entrare nella mia macchina con quel costume sporco e bagnato!. Cambiati!». Lui mi guardò, sorpreso. «Ma qui non ci sono spogliatoi, e i nostri asciugamani sono troppo corti per coprirmi!». «e allora? Hai paura che il tuo pisellino non sia all’altezza?» Risposi rapidamente. Mi sorrise. Sapevo che non poteva resistere alla concorrenza. 

«se è così… okey! va Bene… Non voglio farti imbarazzare, ma tu me l’hai chiesto» disse mentre strinse il suo costume per abbassarselo. Mi bastò vedere la dimensione del suo pisello per rimanere di stucco. Devo dire che era cresciuto parecchio in quest’anno il mio fratellino. Lo fissai per quello che sembravano ore. «Me lo stai fissando?» disse mentre scuoteva le dita per farmi uscire dalla mia trance. «È solo che ce l’hai molto più grande di me. È sconvolgente!» Poi si accorse della mia erezione. «lo vedo che ti faccio effetto!» disse e rise. Si diede qualche colpetto all’uccello per farselo indurire. Non riuscivo più a parlare. 

Mi misi in ginocchio e glielo presi in bocca. Mio fratello quasi immediatamente, colto di sorpresa, si tirò indietro. «Che cazzo stai facendo?» Chiese. «shhhh…. lasciami fare… Ti farò godere quanto non hai mai fatto in vita tua» risposi. Ripresi subito il suo pisello in bocca. Era ancora riluttante, ma  godeva. «Ci sono persone in giro…. potrebbero vederci!!» disse preoccupato. «non me ne frega un cazzo!» risposi. Dopo un po ‘, smise di protestare e si lasciò andare. Dopo poco venne in una quantità impressionante!

Da allora, ogni volta che sono tornato a casa dall’università,andavamo in spiaggia a ripetere quell’esperienza. Quel pomeriggio in spiaggia ci ha uniti più di prima. Ti voglio bene fratellino!
magicalgaylove:
“ love is wonderful!
”

Racconti in pillole – in spiaggia con il mio migliore amico

«Cavolo, Edo! Hai il petto di un bambino. Non hai un solo pelo!» Mi disse Fabrizio, il mio migliore amico di sempre, mentre stavamo prendendo il sole in una spiaggia quasi deserta. «Tranquillo! sono tutti sopra il mio cazzo. Dove le donne li amano di più!» risposi. «Si, certo…come no!»  «Guarda! te lo dimostro subito…» risposi abbasando leggermente pantaloncini del costume.  «Okay, ce l’hai peloso… Ma scommetto che ce l’hai piccolo. Di sicuro io ce l’ho più grosso del tuo» disse continuando a provocarmi.  «Si, come no… Facciamo così… scommettiamo! se ce l’hai più piccolo del mio me lo devi succhiare!» risposi sicuro di me. «Affare fatto!» accettò la sfida. Calammo insieme i pantaloni completamente. «Visto? ce l’ho più grosso io!» gli dissi esultando davanti all’evidenza. «Beh, si! Hai il cazzo più grande. Ma sei consapevole che la gente qui in spiaggia ci ha visto tirare fuori gli uccelli?» mi rispose divertito. «Non mi importa. Voglio che vedano anche un giovane ragazzo che succhia il pisello al suo migliore amico!»

Diversamente uguali – 28

«Oggi, 26 giugno, avanti a me, ufficiale dello stato civile del Comune di Milano, sono personalmente comparsi  i signori Marco Boscolo e Stefano Romagnoli , i quali – alla presenza dei due testimoni Anna Martini e Paola Di Gennaro- mi dichiarano quanto segue:
di avere formulato a questo ufficio la richiesta di rendere la dichiarazione costitutiva dell’unione civile tra persone dello stesso sesso;
di confermare di non essere in alcuna delle condizioni di cui all’articolo 1, comma 4, della legge 20 maggio 2016 n, 76;
di essere consapevoli dei diritti, dei doveri e degli obblighi che derivano dalla costituzione dell’unione civile, ai sensi dei commi 11 e 12 dell’articolo 1 della legge n. 76/2016, di cui ho letto il contenuto;
di costituire, mediante la presente dichiarazione, l’unione civile tra di loro.
Il presente verbale, al quale allego il verbale della richiesta, viene letto ai dichiaranti i quali, insieme con me ed i testimoni, lo sottoscrivono».

I due ragazzi erano visibilmente emozionati. Vestiti uguali, con un elegante vestito nero e la camicia bianca, papillon nero e cappello a cilindro a simboleggiare l’estrema importanza del momento. Pure il consigliere comunale chiamato a condurre il rito, con tanto di fascia tricolore, sembrava emozionato per ciò che stava accadendo in quella sala ornata a festa. I due giovani ragazzi avevano gli occhi lucidi e si tennero la mano durante tutta la cerimonia.

«Marco Boscolo, vuoi tu unirti civilmente con il qui presente Stefano Romagnoli?» «Si»

«Stefano Romagnoli, vuoi tu unirti civilmente con il qui presente Marco Boscolo?» «Si»

«I testimoni hanno sentito?» «Si… Si…»

«bene… in nome della legge vi dichiaro uniti civilmente!». Partì un sonoro applauso che accompagno un emozionato ed emozionante bacio tra i due giovani innamorati. Seguì lo scambio degli anelli tra le lacrime di Marco e Stefano che non riuscirono più a tenere l’emozione.

Stefano, ad un certo punto ed inaspettatamente, chiese al consigliere comunale se poteva prendere la parola. Prese dal taschino un fogliettino e, tremante, prese la mano del suo compagno e incominciò a leggere.

«Amore mio. Mi sento fortunato. Si, fortunato nell’averti conosciuto e nell’aver potuto crescere insieme a te. Sembra passata un’eternità da quando alle elementari vedevo un bambino della classe affianco, carino ma timidissimo, passarmi davanti nei corridoi e negli intervalli. Ricordo che provavo una grande voglia di creare con te un’amicizia. E ci riuscii. Complici anche i nostri giochi del computer, ci siamo avvicinati e non ci siamo più allontanati. Ho avuto la fortuna di passare con te il terribile periodo dell’adolescenza. La vita di un adolescente omosessuale, infatti, non è facile. Non è facile perché vorresti sia facile. Vorresti poter essere te stesso, vorresti parlare liberamente anche con semplici conoscenti del proprio ragazzo, senza che sia il caso che dica ‘ah comunque sono gay’, bisogna far attenzione ad ogni singola parola che esce dalla bocca perché un semplice ‘guarda che gnocco quello’ potrebbe costarti la reputazione a scuola. Devi far attenzione quando ne parli ad un amico che sa di te e all’improvviso si avvivina chi non sa quindi sei costretto a cambiare discorso o ad abbassare il tono di voce.
Vorresti pubblicare sui social foto col proprio ragazzo tranquillamente, come le normali coppie etero e invece sei costretto a ‘nasconderti’ e a ‘essere te stesso’ solo su qualche social network segreto.
Vorresti tanto poter camminare mano nella mano con il tuo ragazzo nel tuo paese di merda, ma appunto è di merda.
Vorresti tanto avere il coraggio di uscir allo scoperto per evitare tutto ciò e avere ciò che si desidera ma la società non te lo permette.
La società ci fa confondere, ci fa credere che il giusto orientamento sia solo quello etero, la tipica famiglia composta da Mamma e papà. Noi due, grazie a dio, abbiamo trovato il coraggio di accettarci, di rivelarci e di scoprirci e di innamorarci.

Io non mi vergogno affatto della mia bisessualità. Ho sempre saputo di essere nato diverso, se cosi volete definirmi, ma questa resta comunque una  convinzione della società malata nel non vedere che anche due individui dello stesso sesso, dello stesso membro possono amarsi. Perché dovrei vergognarmi di essere ciò che sono? Perché dovrei sentirmi estraneo a tutto il resto? No, non mi vergogno affatto di essere bisessuale, non mi vergogno nemmeno di saper provare sentimenti e non mi vergogno di AMARE TE.

Oggi, finalmente, coroniamo il nostro sogno di essere riconosciuti ufficialmente anche dallo stato. Sappiamo tuttavia che il nostro percorso di vita è soltanto all’inizio. Ancora molto dovremo affrontare ma mi rassicura il fatto di poterlo affrontare affianco a te. TI AMO VITA MIA!».

Le lacrime di Marco ormai scendevano libere nel suo viso. Un grande applauso contornò quello stupendo momento romantico. Stefano, con quella sua lettera aveva fatto centro.

Tutti uscirono dalla sala del comune per andare a festeggiare quella nuova unione che era ormai nata e che sugellava un’amore autentico e sincero tra due ragazzi perfettamente normali e uguali a tutti gli altri. Un amore del tutto naturale che durava da una vita e che avrebbe continuato, tra alti e bassi e tra gioie e dolori, ancora per tutto il resto della loro vita.

 

FINE

lookingfortheman: “ I love weddings !!! There is love everywhere and good feelings :) ”