Racconti in pillole – la doccia di mio fratello

«Hai finito lì dentro??» Chiesi scocciato. Era tardi e Io e mio fratello maggiore dovevamo uscire per una cena di famiglia per festeggiare la sua laurea e il suo ritorno a casa dall’università dopo tanto tempo. Dal momento che in casa avevamo un solo bagno, è andato prima lui a farsi doccia e io ho dovuto aspettare per farmela dopo.

«Sì…Puoi entrare.» rispose dal bagno, Aprii la porta e lo vidi che  ancora si stava asciugando, con il suo pisello all’aria. Imbarazzato, ho cercato di guardare da un’altra parte. «oh! scusa…» Mio fratello rise.

«che c’è??» mi chiese. «bhe… non sapevo che eri nudo…ti ho visto il…»  gli risposi sempre più imbarazzato. «e bhe? che c’è di male?  Sei mio fratello. Non è un problema. Mi hai già visto  nudo tante volte!». Disse lui. «bhe…si ma eravamo bambini», risposi.

Ora, sarei bugiardo se dicessi che mi è piaciuta quella vista. Ho sempre fantasificato su mio fratello. E’ sempre stato un bel ragazzo.  Mi segavo spesso cercando di immaginare come potesse essere il suo pisello.

A causa di quella vista davanti a me il mio pisello ha incominciato a diventare duro. Ho cercato di nasconderlo, invano. Mio fratello lo notò e sorrise. «vedo che ti faccio effetto eh?» Ora il sangue non stava solo correndo verso il mio pisello duro, ma anche verso il mio volto. Mi guardò sorridente. Si avvicinò e afferrò il miopisello mettendomi le mani dentro i pantaloni. Il mio uccello stava diventando sempre più grosso ogni secondo. Non ho resistito. Non potevo. Non riuscivo ancora a capire se fosse un sogno o no. Poi mi sbottonò i miei jeans e mi tirò giù i boxer. Il mio pene era completamente eretto e sbucò fuori fiero sull’attenti.

«Cavolo! E’ enorme! Vedo che non sei più un bambino…sei cresciuto bene! complimenti!» Disse e rise. Ero ancora piuttosto imbarazzato per tutto quando iniziai a notare che era anche lui in semi-erezione. Notò che stavo guardando il suo pisello, gli diede alcuni colpetti per renderlo più duro.

«Beh, vado in camera a segarmi. La doccia è tutta tua». Disse facendo per andarsene, mettendosi in mostra il suo bel sedere. Poi si voltò e mi guardò. «A meno che non desideri che mi unisca a te per aiutarti»

Rimasi scioccato ma, non volendo perdere l’occasione, lo tirai verso di me e mi misi la sua bestia nella mia bocca. Avevo già succhiato un sacco di uccelli nella mia vita, ma non avevu uno prima o mai fatto un pompino a mio fratello.  Continuai a succhiarglielo fino a quando non venne copiosamente.

Siamo usciti di casa più tardi del dovuto e qualcosa mi dice che quando torneremo a casa riprenderemo da dove abbiamo interrotto.

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Confessioni – compagni di calcio

Mi chiamo Emiliano, sono un ragazzo romano di 17 anni e gioco a calcio da circa 10 anni. Ho iniziato quando avevo 7 anni nella squadra del mio paese per poi passare a 12 in una squadra un pó più importante non molto lontano, la Vigor. Proprio in questa nuova squadra ho conosciuto Brian. Devo dire che il momento più bello degli allenamenti e delle partite era sicuramente la doccia. Eravamo quasi tutti diciassettenni e la maggior parte di noi era già sviluppata. Quando finivamo gli allenamenti (tre a settimana) andavamo negli spogliatoi. Ci divertivamo molto e scherzavamo. Io guardavo molto i miei compagni. Guardavo i loro corpi giovani e i loro piselli già sviluppati. Ormai li conoscevo, sapevo chi aveva l’uccello più lungo, chi quello più grosso, chi aveva più peli e chi meno. Le docce erano 5 in uno spazio molto piccolo. Aspettavamo spesso il nostro turno in prossimità delle docce e spesso capitava che ci sfregassimo uno contro l’altro. Ovviamente avevo anche il compagno preferito da questo punto di vista. Era come già detto Brian. Era senza dubbio il più bravo a calcio ma anche e soprattutto per me il più bello. Era alto già un metro e ottanta, aveva veramente un bel fisico da atleta, scuro di carnagione, capelli neri, occhi castan e un viso veramente perfetto! Il nostro allenatore spesso lo chiamava per scherzare Cuadrado, data la sua somiglianza al giocatore della Juventus. Effettivamente un pochino ci somigliava. Brian e io eravamo molto amici. Ci conoscevamo da poco più di tre anni, facevamo la doccia insieme quattro volte alla settimana, lo vedevo nudo e l’ho visto praticamente svilupparsi. L’ho visto crescere e soprattutto ho visto svilupparsi il suo uccello. Già quando avevamo quasi 15 anni aveva un pisello più lungo di tutti noi della squadra, poi è cresciuto ancora e adesso ha un bellissimo pisello. Lungo e abbastanza largo, anche le palle sono grosse con uno scroto molto pendente che accompagna il pisello in tutta la sua lunghezza. Anche altri tre miei compagni hanno un uccello abbastanza grosso ma nessuno batte Brian.

Quando facciamo la doccia spesso commentiamo le misure dei nostri piselli. Io ho un pisello non troppo lungo ma abbastanza largo. Dovrei essere il quinto della squadra come misure.
Ci fu però un fatto che cambiò in meglio il mio rapporto con Brian. Una sera verso le nove, finito l’allenamento siamo andati negli spogliatoi. Ci stavamo tutti spogliando per fare la doccia quando il mister chiamò me e Brian. Andammo nell’altro spogliatoio e ci disse che domenica avremmo giocato in prima squadra in eccellenza perché mancavano giovani. Sapevo che non avremmo giocato e che saremmo rimasti soltanto in panchina ma era sempre un’ esperienza importante. Dopo circa venti minuti siamo ritornati nel nostro spogliatoio e notammo che quasi tutti i nostri compagni erano già andati. C’erano ancora solo 3 miei compagni che già stavano andando. Abbiamo salutato e rimanemmo soli.

Mentre ci spogliavamo parlavamo della partita di Domenica. Era la prima volta in eccellenza anche per lui. Una volta entrambi nudi andammo a fare la doccia. Guardai il corpo di Brian attentamente. Era veramente perfetto. Ancora un pò sudato dall’allenamento. Il suo culo era liscio e sodo. Non aveva peli sul culo. Pochissimi all’inguine e sulle gambe. Eravamo uno di fianco all’altro. Vedevo benissimo il suo pisello lungo flaccido. Parlavamo un pò di calcio, di amici, di ragazze. Cercavo sempre il più possibile di guardare Brian, guardare il suo corpo, cercare magari un contatto dato che eravamo molto vicini. Il mio pisello non era in tiro. Sapevo controllarmi bene ormai, facevo la doccia nudo con i miei compagni da molti anni ed ero abituato a vedere i loro uccelli così come quello di Brian. Avevo notato però che più di una volta, mentre facevamo la doccia, Brian guardava il mio pisello. Feci finta di niente fino a quanto mi disse che aveva notato che il mio pisello era cresciuto. Mi disse che prima, circa 2 anni fa, avevo un pisello abbastanza piccolo, invece adesso era cresciuto ed era abbastanza grosso. Anch’io quindi dissi a Brian cosa pensavo del suo uccello. Gli dissi che lui già da quando l’ho visto per la prima volta dopo la prima doccia aveva già un bel pisello e che adesso era veramente lungo. Mentre parlavo di questo avevo gli occhi fissi su quel pisello. Brian, ad un certo punto, con la mano sinistra,  mi toccò pisello. Mentre me lo toccava mi chiese se mi andava di farci una sega a vicenda e io ovviamente accettai.

Allungai la mano fino a toccare il suo pisello. Era veramente perfetto. Lungo, liscio, ancora flaccido. Toccavo anche lo scroto. Mandai indietro la cappella, veramente grossa, del suo uccello ed anche lui più o meno lo faceva con il mio, che però era già quasi in tiro. Gli chiesi poi quanto era lungo il suo uccello. Mi ha risposto che quando è flaccido è circa 14 centimetri mentre quando è in tiro arriva a 20. Ho potuto benissimo vedere la lunghezza massima del suo pisello dopo poco che lo toccavo. Diventò molto duro, e raggiungeva veramente i 20 centimetri.

Ci stavamo facendo una sega a vicenda. Era una sensazione bellissima. Avere in mano quel pisello, essere sotto la doccia nudo con Brian. La sega non durò più di 5 minuti. Eravamo tutti e due molto eccitati.  Venimmo quasi contemporaneamente, io sulla sua mano e lui sulla mia. Avevo sulla mano destra lo sperma di Brian, un sogno che si realizzava. Terminammo poi di fare la doccia in fretta e ci asciugammo. Il suo pisello era ritornato flaccido, ma sembrava ancora più lungo e grosso di prima. Prima che si mettesse le mutande gli toccai ancora una volta il pisello dicendogli che aveva un uccello bellissimo. Lui mi disse che gli era piaciuto e che l’avremmo rifatto. Ci siamo così vestiti e siamo usciti.

La sera poi mi sono fatto altre tre seghe pensando a Brian e a quello che avevamo fatto. Quando ci siamo incontrati due giorni dopo per l’allenamento ci siamo detti che l’avremmo rifatto. Durante la doccia con gli altri compagni guardavo il pisello di Brian e pensavo a quando ce l’avevo in mano.
Ci siamo segati a vicenda ancora parecchie volte. Ormai conoscevo il corpo di Brian quasi come fosse il mio, ma ogni volta che toccavo il suo pisello mi eccitavo sempre di più.

Volevo fare delle foto con il cellulare al suo uccello per poterlo vedere e rivedere anche a casa. Ma come fare? mica potevo andare a chiedergielo. Mi avrebbe preso per matto! Poi mi venne una bellissima idea.

La fotuna volle che a fine stagione vincemmo il campionato regionale di categoria. A fine dell’ultima partita esplose il putiferio. Nello spogliatoio incominciammo ad esultare urlando cori da stadio e saltando come se fossimo in curva. Eravamo euforici e molti di noi, già in mutande o mezzi nudi, riprendevano col telefonino quegli indimenticabili momenti di gioia. Notai subito che Brian stava esultando come un pazzo già in mutande. Ed è proprio in quel momento che mi venne l’idea geniale! Presi il mio smartphon, accesi la modalità video e mi unii al gruppo cantando a squarcagola e registrando la scena. Nel mentre cercai di avvicinarmi a Brian senza destare sospetti. Una volta avvicinato a lui, aspettai che la situazione si calmasse leggermente. Tenni la camera ad altezza bacino ed appena vidi il gruppo sparpagliarsi gli urlai:

«FACCI VEDERE IL CAZZONE, BRIAN!!!!». Lui, vedendo che stavo registrando un video e preso dall’euforia e dalla goliardia del momento, si abbassò le mutande mettendoin mostra il suo bell’uccello gridando «SEEEEEEEE!!!!!!». Cel l’avevo fatta! ora ce l’avevo registrato nel mio cellulare e potevo guardarmelo e riguardarmelo quando e dove volevo!

Non facemmo niente oltre alla sega. So che Brian non è gay, è stato già con diverse ragazze. Non volevo rovinare la mia reputazione in squadra e di rischiare di uscire allo scoperto. Per ora mi accontendo di questo mio rapporto con Brian. Crescendo, in futuro si vedrà…

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Giudice di gara

Chiudo la porta di casa, che bella giornata, tanto sole! Che voglia di mare! ma dov’è Fabrizio?

Fabrizio è mio fratello. Ha due anni in meno di me e spesso lo porto con me quando esco con il mio migliore amico Stefano. Ha i capelli castano scuro e gli occhi marroni e un viso da furbetto. Ha un non so che di carino.

«Lollo aspettami!!»
«dai, muoviti!!»
«la mia bici non si stacca!»
«E mincha!»
«mi aiuti?»
«dai togliti!» sganciò la bici con più decisione e facilità.
«grazie Lollo!»
«su dai, andiamo è tardi!»

In fondo al vicolo c’è già Stefano che ci aspetta come sempre. Noi due si salutiamo da sempre per monosillabi, abbiamo sempre fatto cosi.
«Lo!»
«Ste!»
Quant’è bello Stefano! Occhi neri come il carbone, i capelli cortissimi, sempre vestito in tuta. Sarà gia pronto per la palestra.

«Ciao Stefano!» lo salutò mio fratello avvicinandosi il più possibile con la bici.
«dai raga! Andiamo che è tardi!» gli esortai a darsi una mossa.
li precedo per la strada, ma dopo qualche attimo venni raggiunto dal mio amico Stefano.
«O! Lo! come mai così in ritardo?»
«e lo so… scusaci! è per colpa di Fabrizio! ci mette sempre due ore a prepararsi!»
«ma perché?»
«e che cazzo ne so… è un deficiente! non trovava i pantaloni della tuta da mettersi. E alla fine si è messo quelli vecchi e rovinati…»
«ma che bel culo che gli fanno però!»
«che cazzo stai a di!?»
«non lo puoi negare, avanti! Ce l’hai tutto il giorno attorno e non ci hai fatto un pensiero?»
«Io? Mica sono ricchione!»
«se è per questo neanche io! ma vuoi mettere un culo cosi? Guarda come si allarga poggiato su quel sellino!»
«O! Basta sono giorni che non scopo! Smettila!»
«allora un pensiero l’hai fatto anche te!»
«Smettila!»
«ci hai già fatto qualcosa! Di la verità!»
«Smettila! È tardi! andiamo!»
Schizzai in avanti come un fulmine superando Fabrizio e tutti i passanti davanti a noi ed in pochi istanti siamo davanti al campetto, il luogo d’incontro con gli altri ragazzi del quartiere per la nostra solita partitella pomeridiana.

Alla fine del pomeriggio, quando decidemmo che eravamo stanchi a tel punto di smettere di giocare, ce ne tornammo a casa. Stefano però era strano. Aveva un sorriso malizioso.
«Lo! Eh!» mi disse indicandomi mio fratello e sorridendo sornione.
«Ste vaffanculo!»

La mattina seguente, come al solito, ci incamminammo tutti e tre assieme verso scuola. Una volta arrivati, entrammo rapidamente e le nostre strade si divisero. la classe mia e di Stefano è al secondo piano, quella di mio fratello al primo.
«ciao Fabry! ci vediamo alla ricreazione!»
«ciao Ste! Ciao Lollo!»

Tre ore passarono in fretta tra spiegazioni ed esercizi. Durante le lezioni, Stefano, che oltre ad essere il mio migliore amico era anche il mio compagnio di banco, mi chiamò bisbigliando per non farsi sentire.
«Lo!»
«Ste non ti voglio proprio parlare! Lasciami perdere!»
«senti io e te siamo amici da sempre, come fratelli, e ti conosco bene! Che mi nascondi?»
«niente! Mi hai rotto!»
«Avanti! Parla!»
«Oh! Io non sono ricchione!»
«e neanche io, lo sai bene! Forza! che sarà mai!»
Sbuffando mi rassegnai alle pressioni di Stefano.
«sai che con Giada non va tanto bene!»
«Si! Lo so!»
«cazzo io voglio scopare!»
«E pensa me! che no sto con nessuna!»
«ho sempre voglia! È più forte di me! Mi scoppiano le palle! E la bestia non sta ferma!»
«la bestiolina volevi dire! Ho due centimetri più di te, ricordatelo!»
«ma vaffanculo!»
«Si! Ma vieni al punto! Ci stai girando attorno!»
«una notte, bhe…, io…, gl.. ho f.t.. in..iar.. me..o li.ro .i s.or.a…»
«Eh???»
«gl.. ho f.t.. in..iar.. me..o li.ro .i s.or.a!»
«Oh! Non ti capisco! Che cazzo stai a di?»
«Gli ho fatto ingoiare mezzo litro di sbozza! Cazzo!»
«Ah! Ricchione!!!»

Mi incazzai e gli diedi una forte spinta, facendolo cadere in malo modo per terra tra i banchi. Il prof urlando ci sbattè entrambi fuori dall’aula. Ci sedemmo uno affianco all’altro per terra nel corridoio, appena di fianco alla porta della nostra classe.

«Lo! Stavo scherzando! Che cazzo!» cercò di scusarsi Stefano.
«vaffanculo! Io non sono ricchione!»
«ma che te frega! Una volta che hai scaricato la bestia il resto non conta un cazzo!»
Mi girai guardando fuori dalla finestra, il sangue mi ribolliva;
Stefano non soddisfatto mi incalzò
«Com’è stato?»
«Io non sono ricchione!»
passammo mezz’ora in silenzio. Poi mi tranquillizzai. Dopo tutto non avevo fatto nulla di grave. Decisi timidamente di rompere il silenzio.
«be..o!»
«Eh?»
«è stato bello! Possibile che non capisci mai un cazzo?»
«e tu farfugli! che cazzo dovrei capire? È stato bello? Racconta!»
Mi avvicinai prendendolo per un braccio e spostandolo nel angolo vicino la finestra.
«Non è stato nulla di strano… mi stavo facendo una sega in camera mia… ad un tratto o sentito la porta aprirsi ed era lui. Mi ha sgamato di brutto. Mi ha chiesto che cosa stessi facendo. Gli ho detto “ma come, non lo vedi? mi sto segando!”. mi rispose stupito che non sapeva che cos’era una sega… cavolo…all’epoca aveva già tredici anni! io a tredici anni mi segavo già da almeno un annetto, se non di più! allora gli ho detto che se voleva glielo avrei insegnato…. e così feci… lo invitai a sedersi vicino a me e a calarsi le braghe e gli mostrai come fare. Alla fine mi venne in mente che forse potevo ricavarci qualcos’altro da quella situazione… allora gli chiesi se sapeva cosa fosse un pompino. Mi rispose che non lo sapeva. Allora gli dissi che gli avrei mostrato cosa fosse anche quello…»
e poi?»
«come e poi? Non lo capisci?»
«No! Dai racconta!»
«gli sono andato vicino con la cappella e gli ho detto di prendermelo dentro la bocca. Muoveva un po la lingua, quando tutta la cappella era dentro, ho sentito calduccio, umido al punto giusto, sono bastati un paio di colpi e gli ho sborrato mezzo litro, sono rimasto un po fermo, sentivo che ingoiava tutto senza neanche un lamento, niente, ingoiava e basta!»
«Cazzo… e poi?»
«e poi basta! ci siamo ricomposti me ne sono tornato a letto!»
«Minchia Lo! Sei un grande!»
«ricchione?»
«No! Sei un grande e basta! T’invidio! Mi sta esplodendo il cazzo!»
«anche a me, guarda!» gi mostrai la patta gonfia nei pantaloni.

A mostrandosi i cazzi a vicenda, l’idea malsana come un tarlo si fa strada…

«Lo! Posso provarci io? Lo so che è tuo fratello, non t’incazzare come sempre!»
«a fa che?»
«niente di male, solo per svuotare le palle! »
«Tu sei matto! Non ci pensare nemmeno!»
«Dai!…anche tu hai casini con Giada, una svuotata di palle ci sta!»
«e se poi ci sputtana?»
«non lo farà fidati!»
«ma niente culo!»
«ma dai!! come niente culo!? Il più bello!»
«No! Mi hai capito?»
«Ok!Ok! Solo bocca!»

La campanella striae tra i corridoi, tutti si riversano tra porte, corridoi, bagni e sopratutto al bar. E prorpio al bar sapevamo di poter incontrare mio fratello. Il nostro piano era geniale e pronto per essere messo in opera.

«Fabry siamo qui! vieni!»
stefano lo guardò sorridendo tra la folla accalcata.
«vieni Fabry! Cosa prendi?»
«per me un tramezzino!»
Il ragazzo dall’altra parte del bancone ci portò un tramezzino, un’acqua e per noi due panini al prosciutto.
Usciti in fretta dalla ressa con le nostre vettovaglie, cercammo un posto tranquillo dove mangiare. Stefano propose un angolo soleggiato vicino i magazzini della scuola.
«perché ci mettiamo qui?»
«tranquillo fabry! qui non ci viene mai nessuno! È ottimo per mangiare in santa pace!»
Io e Stefano ci scambiammo uno sguardo veloce e mentre mangiavamo, parlavamo di palestra e di pesi.
«Lo! io faccio più pesi di te! Sono più forte guarda che bicipiti!»
«Si! Contaci! non sei più forte di me!»
«vogliamo parlare di addominali?»
mentre ci beccavamo su chi fosse più grosso, più forte e più definito, Fabrizio si godeva la scena dei due ragazzi che si spogliavano pezzi di corpo proprio li davanti a lui. Il suo fratellone era bello, ma stefano di più.
Stefano interruppe i suoi pensieri, «Fabry! sai che io e Lo abbiamo fatto una scommessa tempo fa? Ma non troviamo un giudice per le nostre gare»
«una scommessa?»
«Si! Non troviamo nessuno che ci dica chi è più muscoloso, Io dico io, Lui dice lui e non ne veniamo mai alla fine! Ti va di fare da giudice?»
«e che devo fare?»
«semplice! Noi ti facciamo domande sui nostri muscoli e tu rispondi sinceramente quello che pensi! Ma devi essere sincero!»
«ci posso provare! m’insegnate come si fa?»
«si fratellino! Ci pensiamo noi! Ora però torniamo in classe!»
Io e stefano ci guardammo e sorridemmo complici.
«ciao Fabry! ci vediamo dopo al garage!»
«ciao fratellino!»
«ciao ragazzi!»

Le ultime tre ore passano in fretta, e all’una in punto la campanella indicò che era ora di  ornare a casa.

«Ciao ragazzi! Andiamo a casa?»
«no fratellino! Si va al garage! A casa c’è papà! ti ricordi della gara?»
«si si certo! dai andiamo!»

In poco meno di dieci minuti arrivammo sotto casa. Aprii il garage ed entriamo tutti dentro. Una forte agitazione mi prese lo stomaco. La luce gialla rendeva tutto più cupo, l’odore di polvere, il fumo delle auto, l’acqua che ristagna nel canale.
Ma il sorriso di Stefano mi rassicurava.
«allora fratellino sei pronto?»
«cosa devo fare?»
«niente di che! Sta tranquillo!»
«allora Fabry! Sai cosa fa un giudice?»
‘No!’’
«guarda, sente e giudica! Tutto qui! Cominciamo cosi impari velocemente!»
entrambi ci piazzammo davanti a lui e ci togliemmo la giacca della tuta.
«Allora secondo te chi ha i bicipiti più grandi?» alzammo le braccia piegate per far gonfiare i muscoli.
«avanti  fabry… non avere paura! vieni vicino guardali e toccali!»
lentamente avvicinò le mani, entrambi le afferrammo e le portammo sui nostri bicipiti.
«Dai Fabry! Dicci chi ha il bicipite più grosso!»
dopo aver palpato e accarezzato i due muscoli gonfi sul braccio
«per me Stefano!»
«si!! ho vinto! un punto per me!» esultò stefano.

«ora i pettorali» Ci togliemmo le magliette e le facemmo volare via.
«vieni fratellino senti!» lo prendemmo per i polsi e le sue mani si poggiarono sui nostri pettorali solidi come i muri.
«chi li ha più belli Fabry?»
«per me Lollo!’»
«bravo fratellino! diglielo! un punto anche per me!»

« Ora gli addominali!»
ormai non dovevamo più guidarlo, le sue mani scivolavano sui nostri addominali, definiti, lisci, scendeva fino all’elastico della tuta e poi risaliva. Toccava ogni punto degli addominali fino ai primi peli sotto l’ombelico.
«Fabry?’»
«per me Lollo!»
«Fantastico! due a uno per me!»

«Bravo Fabry! Per oggi abbiamo finito!»
«Davvero?»
«e si! Ci sarebbe un altra cosa, ma non è per te!»
«cosa?»
«eh fratellino, non si può, non è per te!»
«e dai!! ma sono io il giudice!»
«sei sicuro fabry?»
«Si!»
«Fabry però ci prometti che queste gare restano segrete tra di noi? non lo deve sapere nessuno e dico nessuno! guardami! NESSUNO!»
«lo prometto!»
«nessuno fratellino!»
«si! Lo prometto!»
«okey Fabry, io e Lo ci stavamo chiedendo da stamattina chi ce l’ha più grosso…»
«cosa?»
«ma come cosa?? mai non ci si ancora arrivato?» rispose stefano toccandosi il pacco.
«gli uccelli?»
«si Fabry, gli uccelli! Ti va di fare il giudice anche di questa gara?»
«si!»

«Okey» Facemmo scendere i pantaloni della tuta e poco dopo anche i boxer. I nostri due piselloni dritti rapirono lo sguardo di Fabrizio che restò muto.
«ok! Quando vuoi puoi cominciare Fabry!»
entrambi ci avvicinammo a lui e tra di noi fino a toccarci coscia contro coscia, i due piselloni sopra il suo viso, li guardava bene. Davanti a lui c’erano quattro palle grosse.
«fratellino chi ha le palle più grosse?»
le sue mani raccolsero nel palmo i quattro testicoli.
«sono bellissime!»
«si ma chi le ha più grosse Fabry?»
«penso proprio quelle di Lollo!» rispose rimanendo poi incantato dai nostri membri pelosi ed in erezione.
«Fabry ci sei??»
«Si si! scusate!»
«fratellino ora passiamo al pisello, chi ce l’ha più grosso?»
«Si dai, Fabry! dicci chi ha vinto l’ultima gara! È mezz’ora che stringi questi due bestioni!»
«sono della stessa larghezza ma mi sembra più lungo quello di Stefano…»
«stai dicendo sul serio fratellino?»
«si è più lungo!»
«ok Ste hai vinto! Ricordati quello che ti ho detto!»
Mi tirai su boxer e tuta e mi rivestii in un lampo.
«Lollo perché vai via? Sei arrabbiato??»
«no fratellino! Ha vinto Ste! Hai deciso tu! Vado a lavarmi e poi in palestra!» dissi prima di andandomene lasciandoli soli. Nessuno dei due si era mosso, i loro sguardi s’incontrano.
«allora sono io che ce l’ho più grosso?»
«si»
«bene, e mi darai un premio?»
ci volle poco e non dovette dire nulla. Le labbra di Fabrizio si avvicinarono alla  sua capella. Le mani di Stefano si poggiarono sulla sua nuca e delicato spinse la cappella dentro la sua bocca.
«fabry muovi la lingua sotto la cappella, cerca di prendere più pisello in bocca, fallo entrare!»
Il suo uccello scivolava all’interno.
«Bravo Fabry! tutto dentro, hai una bella bocca!»
Stefano lo muoveva dentro e fuori, spingendolo il più possibile in fondo alla bocca In pochi secondi gemette ed esplose in un magnifico orgasmo, inondando la bocca di Fabrizio con tutta la sua calda sborra. Stefano cominciò poi a rilassarsi, lo guardò negli occhi e sorrise.
«bravo Fabry! Bevi tutto! È tutto per te! Ti piace? È buono?»
«si… è molto buono»
«bravo! Ora però devo andare! grazie Fabry! se vuoi lo rifacciamo presto questo gioco!’» disse Stefano mentre si rivestiva.
«si, quando vuoi tu! Ma anche con Lollo?»
«Certo! Certo! se vorrai si! …Va bene… ciao Fabry!»
Lo salutò dandogli un bacio sulle labbra. Un fulmine gli attraversò la schiena.
Lo vide sparire dal garage. Si sistemò un po e salì in casa.

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Amicizia oltre ogni confine – parte 10

Sei giorni. Sei giorni in cui la mia anima era stata interamente assorbita da un unico ossessivo pensiero: Luca. E sei giorni erano passati dall’ultima volta che avevo visto Erika, la ragazza che “ufficialmente“ era ancora la mia fidanzata. Ma ormai era giunto quel venerdì tanto temuto in cui lei avrebbe sostenuto l’ultimo esame della sessione estiva.Quel venerdì, terminati gli impegni universitari, lei sarebbe tornata alla sua quotidianità, tra il vivere con i genitori e stare il maggior tempo possibile con me.
Ero io invece che proprio adesso avrei voluto chiudermi sui libri. Tra una decina di giorni ci sarebbe stato infatti il mio di esame. Ero impegnato, ero impegnatissimo. Come potevo vedere Erika? Come potevo dedicarmi a lei? Tutto vero, tutto giusto. Ma non quel maledetto venerdì. Non c’erano scuse, non potevo evitare d’incontrarla, fosse anche solo per un paio d’ore. Del resto il programma della giornata era scontato: appena finito in facoltà Erika sarebbe certo corsa da me a farsi abbracciare, a farsi coccolare, a fare sesso. E poi inevitabilmente saremmo andati a casa sua per la rituale cena post-esame con tutta la famiglia.
Fin dalla prima mattina, irrequieto e ansioso, sbirciavo di continuo l’orologio della radio sveglia: le sette, le otto, le nove, le nove e mezza. Quando era previsto l’esame? Mancava ancora molto? Erika era già sotto interrogazione? Quanto tempo mi restava per riflettere? Non sapevo proprio come comportarmi. Dovevo dirle tutta la verità, raccontarle del mio amore per Luca? Oppure invece era meglio informarla che la lasciavo, che era tutto finito senza aggiungere nulla di più? Oppure ancora provare a tirare avanti facendo finta di niente, scoparmi Erika quel tanto che bastava e poi correre di nascosto dal mio Luchetto. Forse era la soluzione per me più facile ed economica, ma in questo modo non avrei finito per tradire entrambi? E poi ancora, nel profondo del mio animo, ero davvero così sicuro di abbandonare tutto per Luca?
Quando stavo vicino a lui mi sembrava sempre tutto così “ordinato”, “naturale“, “perfetto“. Ma adesso, perso nella solitudine silenziosa di casa mia, tra l’assenza del mio “ragazzo“ e l’incombere della mia “ragazza“, rimuginavo senza trovare una risposta chiara e definitiva. Anzi più il tempo passava più ero assalito da mille dubbi e incertezze.
Le dieci, le undici, mezzogiorno. La mia inquietudine cominciò a mutarsi in angoscia. L’una, le due, le tre . Ero nel panico . Poi finalmente squillò insistente il citofono. Scattai come una molla e corsi ad aprire. Attesi impaziente sul pianerottolo. Un pesante e frettoloso rumore di passi risalìva le scale, perchè Erika non aveva preso l’ascensore? Sull’ultima rampa intravidi un ombra magrolina e affannata. ALESSANDROOOO? Che ci faceva qui Alessandro? Neanche il tempo di sorprendermi che lui subito mi aggredì rabbioso:
«IO VI DENUNCIO … SIETE DUE PERVERTITI MALEDETTI … MA IO LO RACCONTERÒ A TUTTI… DOV’É LUCA? DOVE SI É NASCOSTO?»
Quel ragazzo diciassettenne mi era sempre parso timido e riservato, non me lo sarei mai immaginato capace di farsi tanto irruente e focoso, soprattuto nei miei confronti. Ci volle un bel pò per farmi almeno spiegare cosa era successo. In mattinata era stato assieme a Luca e, vista la scena del giorno prima, potevo ben immaginare il motivo del loro incontro. Poi però, imprudentemente, Alessandro aveva saputo del mio ruolo di segreto spettatore davanti ai loro giochi proibiti. Evidentemente questa scioccante rivelazione doveva averlo lasciato a lungo tramortito e spiazzato. Solo parecchio più tardi Alessandro aveva deciso d’inseguire furibondo l’amico. Non so cosa volesse fargli ma di certo non l’aveva travato a casa e neppure sul cellulare. Così alla fine era venuto a cercarlo da me. Perchè Luca era stato tanto stolto da raccontare tutto quanto? Perché mi aveva messo in mezzo con tanta sconsideratezza? Anzi perché ero stato io a farmi coinvolgere in quella situazione? Cosa mi era successo, in che storia mi ero cacciato? Avevo una ragazza, ci stavo bene. Andava tutto bene. Ma perché mai mi ero buttato in quella pazza relazione amorosa con un ragazzino di diciassette anni?
E poi proprio adesso dovevo ritrovarmi ad affrontare la furia di Alessandro quando già di mio ero preoccupato per l’incontro con Erika, anzi lei poteva arrivare da un momento all’altro. Dovevo assolutamente sbrigarmi a risolvere con quell’adolescente fuori controllo. Alla sua irruenza risposi risoluto con altrettanta forza e violenza:
«CHE VUOI DA ME ALESSANDRO! NESSUNO TI HA OBBLIGATO A FARE NIENTE! Dillo pure a tutti quello che è successo … Così sapranno che ti fai regolarmante segare e spompinare dal tuo amichetto!»
Ma lui imperterrito continuò:
«Quello che faccio con Luca sono affari miei. Ma tu Marco come hai potuto spiarci?. Come ti è venuto in mente … MA É CHIARO … LO FATE SEMPRE! a voi piace così. Siete dei porci maiali pervertiti!»
«HAI RAGIONE TU: Sono un porco… Ma sono cazzi miei. Ieri al mare HAI CHIESTO TU a Luca di farti smanettare o mi sbaglio? … E forse lo avete rifatto anche stamattina …»
Alessandro si fece paonazzo. Avevo colto nel segno.
«Ho indovinato vero? Anche oggi ti sei fatto spompinare a dovere. Quindi se voi due … NO! SE TU, ALESSANDRO, richiedi dei servizietti “particolari” ai tuoi amici fai pure … Ma non prendertela con me, IO NON CENTRO NIENTE!»
Alessandro rimase ammutolito, non sapeva più cosa dire o fare. Io invece, d’altra parte, cominciai a sentirmi terribilmente stanco e frustrato. Perchè Luca continuava a fare la troietta col suo amico? E poi me lo avrebbe mai confessato? Quando e come l’avrei saputo se non l’avessi casualmente scoperto con l’imprevista visita di Alessandro? Mi invase un certo disagio nel pensare a quei giorni d’intimità con Luca. D’improvviso mi sembrò tutto ridicolo. Era assurdo chiedere il “pegno d’amore“. Solo una mente malata poteva offrirmi il suo pisello come pegno d’amore.
Quel trasporto che sentivo per lui era davvero un sentimento vero e giusto? O all’opposto non era altro che una morbosa curiosità momentanea, solo l’improvviso sfogo di un impulso represso?
Tra poco avrei rivisto la mia ragazza, avrei fatto l’amore con lei. Quali risposte avrei trovato? Sarei riuscito a capire cosa stavo veramente cercando? Forse potevo ancora rientrare nei binari di una VITA “NORMALE”.
DIN! DON! DIN! DON! Il campanello della porta! Con Alessandro non c’era altro da aggiungere, poteva andarsene. Incrociando Erika sulla porta lui la fissò un attimo perplesso e poi scappò subito via, neppure il tempo di salutare.
«Marco! Che gli è preso ad Alessandro? E perché era qui?»
«Lascia perdere Erika … Cose da adolescenti»
Spensi tutti i suoi (e i miei) interrogativi avvolgendola in un abbraccio strettissimo. La baciai con passione, con desiderio. In quel preciso momento pensai davvero di aver ritrovato Erika . E con lei anche me stesso.
Erika mi raccontò dell’esame, dell’ennesimo 30 e lode, di qualche buffa bizzarria del professore.Poi, ad un tratto, si fece tutta seria: «senti… ti devo parlare»
«dimmi». Quella sua espressione non mi piaceva affatto. Mi stavo cominciando a preoccupare.
«Allora? si può sapere che c’è?»
dopo una pausa mi confessò. «ho un ritardo…»
«un ritardo??? …quanto ritardo??»
«…una settimana…»
«…una settimana? è tanto?»
«abbastanza… io sono sempre regolare»
«ah… sei regolare… …senti, ma… nel caso remoto che fosse… cioè… tu che vorresti fare? lo terresti oppure… »
«…e tu?»
«e che ne so, amo! Ho vent’anni! non mi sono mai posto il problema! »
«…e perchè, io???».

Non riuscii a far altro cha abbracciarla. Ero confuso e frastornato. Avevo appena preso una tranvata in pieno viso ed era difficile rialzarsi. Aspettammo ancora qualche settimana. Poi affrontammo insieme tutti gli accertamenti finchè non fù confermato dal suo ginecologo. Erika era incinta. Mo che fare? Ne parlammo a lungo finché insieme decidemmo di tenerlo. oddio, lei era più d’accordo di me nella decisione, ma così fù. Ovviamente dovetti spiegare tutta la situazione anche a Luchino e ci lasciammo definitivamente. Fu difficilissimo per entrambi. Soffrimmo molto per tutti e due. Forse per me fu più difficile perchè dovevo mascherare il mio tremendo dolore per mostrarmi felice e forte nel sostenere Erika nella gravidanza.

La mia strada e quella di Luca si divisero definitivamente. Non ci vedemmo più. Ogni tanto lo incrociavo per la strada e ci salutavamo con un cenno del capo e un velocissiomo “ciao”. Tutta quella freddezza tra noi ogni volta mi uccideva dentro. Non seppi più niente di lui e della sua vita. Avevo sentito delle voci in paese che dicevano che dopo il diploma era stato assunto in un’officina meccanica del paesino vicino. Nulla di più.

Erika partorì un bel bambino che chiamammo Alessio. L’amore della mia vita. Ho dovuto lasciare l’università per poter mantenere anche economicamente Sia Erika che il bambino. Incominciai a lavorare come addetto alle vendite di una famosa azienda di mobili svedese ed andammo ed Erika e il bambino vennero a stabilirsi definitivamente da me. Tutto nella mia vita procedeva regolarmente. Luca e la passione per lui erano ormai parte del passato. o forse mi sforzavo di crederlo. Fino a quando, un giorno ricevetti un messaggio che sul cellulare.
«Ciao Marco! ci manca il quinto per la partita di calcetto di stasera…ti va di venire? »
Era il mio migliore amico Andrea. Da quando era nato mio figlio ci vedevamo meno spesso ma eravamo ancora grandi amici. Non potevo non cogliere al volo queste rare occasioni di fuga dalla “prigione” della vita da ragazzo-padre. Accettai subito.

Quella sera ci ritrovammo ai soliti campetti del paese. Andrea e alcuni suoi amici stavano partecipando ad un torneo di calcio a 5 ma quella sera alcuni avevano dato buca e fù così che sbucò il mio nome per salvare faccia e partita. Oltre a me e ad Andrea c’erano anche Davide e Daniele. Due ragazzi del paese. Anche loro non vedevo da tanto. Mi stavo chiedendo chi fosse il quinto ragazzo quando da dietro le mie spalle spuntarono due mani a coprirmi gli occhi.
«INDOVINA? SU MARCO INDOVINA … Chi sono? Chi sono? »
Impossibile non riconoscere la sua voce… LUCHETTO!!!
« Luca! Ma che ci fai qui? »
«Come cosa ci faccio qui!? gioco anche io il torneo con la squadra di Andrea!»
«veramente? non lo sapevo! ma dimmi… come stai? E tua madre come sta? »
«Poi ti dico … Ma adesso andiamo che ci stanno chiamando! muoviamoci che sta per iniziare la partita! DAI! Su sbrigati!!»

Gli spogliatoi erano piccoli e non tanto ben tenuti. Classici spogliatoi ricavati in angusti prefabbricati posizionati a bordo dei campetti. Ci cambiammo velocemente e la partita incominciò. Per dire la verità non ero molto allenato ma tutto sommato neanche gli altri brillavano per forma fisica. Vincemmo di misura e a fine gara ci dirigemmo verso lo spogliatoio a noi assegnato.

Subito Davide, asciugato il sudore e preso il suo borsone, ci salutò dicendoci che se ne tornava a casa. Daniele, che era venuto con Davide in macchina, fù costretto a seguirlo a ruota.  Eravamo rimasti io, Andrea e Luca che, mentre parlottavamo ricordando i vecchi tempi, lentamente continuammo a svestirci.

«Andrea! Quanto tempo abbiamo passato qui a giocare … »
«Si, davvero … Era pochi anni fà ma sembra passato un secolo! Ti ricordi Marco quella volta che …».
Ma Luca s’intromise bruscamente:

«SI SI A GIOCARE … Come se non ti conoscessi Marcuccio … Dì piuttosto che passavate il tempo a TIRARVI LE SEGHE insieme!»
COME SI PERMETTEVA! Tentai d’abbrancare quel piccolo mostro ma lui schizzò via. STAVA ESAGERANDO!Ma Andrea:
«Per dire la verità sono sempre stato molto timido e non mi piaceva fare quelle cose. Solo una volta io e mio cugino Giulio abbiamo provato a farcele insieme ma mia zia ci ha sorpresi. Che figura di merda!»
CHEEE!!!  Andrea? Si era fatto beccare con l’uccello in mano assieme a suo cugino Giulio? Quando? Fu proprio Andrea a sorprendersi più di tutti della sua stessa confessione. Era chiaro che senza volerlo gli era sfuggito a voce alta un suo segreto pensiero interiore. Mi guardò sconvolto, farfugliò qualcosa, si coprì la faccia pieno d’imbarazzo. Ma Luca prese a subissarlo di domande:
«Racconta allora, quando è successo? Come? Eravate solo voi due? Dai Andreuccio, su racconta »
«Non c’è niente da raccontare … Eravamo piccoli … »
«Certo che eravate piccoli Andrea, queste cose di fanno solo da piccoli, ma non fare il noioso …Racconta!»
«Basta! Finisce qui! io vado a casa!». Prese il suo borsone e se ne andò. Doveva essere davvero imbarazzato il ragazzo.

Fu a quel punto che mi girai verso Luca prestando su di lui tutta la mia attenzione. Ormai era solo con gli slip. Lo guardai incantato. L’immagine di Luca occupava il mio intero campo visivo. Solo in un secondo momento mi resi conto di aver inconsciamente camminato verso di lui, mi ero avvicinato così tanto da stargli praticamente addosso. Presi a toccarlo da ogni parte, a baciarlo, ad annusarlo. La mia attrazione superava anche il desiderio, ormai sentire il suo contatto era diventata una necessità fisica, come respirare, come mangiare. Luca intanto continuava tranquillo a carezzarsi il pisello. E io cosa aspettavo ancora a soddisfare il suo piacere? Mi inginocchiai umile e subito imboccai con devozione quella vellutata erezione. Lo assaporai lentamente tutto intero, fino a sentirmi soffocare, e poi lasciai che fosse lui a dare il ritmo, ad usare la mia bocca come meglio preferiva. Affondava il cazzo nella mia gola, lo sfilava scivolando morbidamente sulle labbra e sul viso, lo ritraeva per costringermi ad inseguirlo con la lingua e subito ritornava a spingere prepotente.
Avrei voluto rimanere lì a succhiare per il resto della vita ma già temevo l’approssimarsi della fine, il culmine del suo godimento. Mi sbagliavo, Luca non intendeva affatto offrirmi il dono del suo nettare tanto presto, aveva ben altro in mente. Mi afferrò con decisione per i capelli, tirò via la mia testa e mi trattenne lì accanto a breve distanza. Era una tortura davvero ingiusta farmi vedere così da vicino quel suo pisello umido e pulsante senza permettermi di raggiungerlo. Avanzai di forza ma fui respinto con una dolorosissima strattonata, e quando tentai un allungo con la mano Luca mi spinse giù a terra carponi ordinandomi di stare fermo. Ero confuso, m’irritava quel suo atteggiamento da padrone e avrei voluto in qualche modo reagire, ristabilire le normali gerarchie, ma d’altra parte mi eccitava da morire sentirmi dominato così rudemente, essere completamente sottomesso alle voglie morbose di quel ragazzo.
Quando fu certo della mia ubbidienza Luca si mosse trascinandomi a quattro zampe per la stanza, mi fece fare un paio di giri e poi mi portò verso l’angolo più buio e nascosto. Non me lo sarei mai aspettato ma proprio lì ritrovai Andrea. Allora invece di tornare a casa era rimasto a spiarci! E a fare pure altro visto come tentava goffamente di sistemarsi i pantaloni. Giunti ai suoi piedi Luca si abbassò a darmi un bacio e poi, avvinghiato con la lingua nella mia bocca, mi fece rialzare nuovamente in piedi. A quel punto ero completamente svuotato di ogni volontà, me ne stavo semplicemente inerte, come un manichino in attesa che altri decidessero come usarmi. E negli occhi attoniti di Andrea rividi la mia stessa remissiva passività. Anche lui si era definitivamente arreso.
Con lentezza esasperante Luca iniziò a rispogliare sia me che il mio amico di tutti i vestiti, comprese le scarpe, e quando ci rimasero addosso solo gli slip allora si ingincchiò a terra per saggiare con leggere strusciate delle labbra la consistenza delle nostre erezioni. Abbassai subito impaziente lo sguardo. E quando Luca si decise a strappare l’ultimo velo potei finalmente vedere il pisello di Andrea. E sì. Devo ammetterlo, anche se non di molto era lo stesso più lungo del mio. Ma quello che veramente mi sorprese fu la sua notevole grossezza: era davvero un salsiciotto massiccio, largo e tozzo come il corpo del suo proprietario. Non provai comunque invidia.
Da parte sua però Luchetto non sembrò affatto spaventato da quel cazzone, anzi prese a slinguazzarlo con una passione che mi fece subito ingelosire. Con un colpo di bacino gli ricordai che c’ero anche io, che al pari di quel coso fuori diametro anche il mio “slanciato“ pisello aveva bisogno della sua attenzione! E Luca subito premuroso e contentissimo si dedicò simultaneamente a soddisfare entrambi. Con la bocca e con la mano pompava ora uno ora l’altro, roteava cappella contro cappella, le succhiottava e le leccava strette assieme. ERA IL PARADISO! E non si trattava solo di un godimento fisico, era anche un piacere puramente mentale, era l’idea di farlo con Andrea, con il mio amico d’infanzia. Osservavo compiaciuto le buffe smorfie del sul viso, l’arrossarsi sudato della pelle, lo sguardo incredulo e trasognato, era la prima volta che poteva assaporare sensazioni tanto intense. Senza più pensarci abbrancai i capelli di Andrea e un attimo dopo lo affogai con bacio profondissimo e interminabile.
In breve tempo la nostra eccitazione aveva raggiunto una tensione insostenibile e alla fine l’esplosione del piacere fu assolutamente devastante, tanto più liberatoria per il fatto che Luca lasciò i nostri cazzi liberi di schizzare. Per riprendersi Andrea si era fatto subito da parte e pure io, dopo un momento di totale stordimento, recuperai a fatica la piena coscienza di me stesso. Luca era rimasto seduto a terra, grondante di sudore e parecchio spruzzato dei nostri umori. Mi inginocchiai al suo fianco, volevo abbracciarlo, aiutarlo a ripulirsi e poi, per contraccambiare, mi sarei impegnato a fargli un’altro lavoretto di bocca. Lui però rifiutò le mie carezze e il mio abbraccio, si ritrasse un pò di lato e con mano delicata ma ferma mi spinse a piegarmi verso terra. Fui sorpreso, disorientato. Poi finalmente compresi cosa voleva da me.
Non opposi nessuna resistenza, seguì il suo silenzioso invito e mi posizionai docilmente a quattro zampe, ma in quel momento dentro di me sentì crescere un senso di angoscioso malessere. Non stava forse accadendo tutto troppo in fretta? Lui aveva appena finito con un doppio pompino e voleva subito fare altro sesso? E poi doveva essere proprio quello il luogo e l’ora? Non era meglio rinviare, anche solo il tempo di tornare a casa. Ma presto rinunciai a comunicare le mie spaventate perplessità. La verità era che avevo sempre avuto paura di essere penetrato e quasi inconsciamente avevo sempre rimandato al giorno dopo, alla prossima occasione, ad un generico futuro. Ora però l’attesa era finita, tra poco sarei diventato un uomo completo, il mio culo vergine sarebbe stato violato. Quel giorno finiva per me l’eta dell’innocenza e per uno scherzo del destino tutto questo sarebbe successo davanti ad Andrea.
Luca si posizionò dietro di me, percepì la pressione della cappella sul mio buchino. Presi fiato, chiusi gli occhi. Una fitta tremenda mi attraversò le viscere fino al cervello. Sul momento pensai che fosse entrato tutto d’un colpo. Non era così, continuò a spingere ancora, e ancora, e ancora, non finiva mai. Strinsi i denti, repressi un urlo, resistetti paziente. Si fermò, era completamente dentro. Lentamente prese a muoversi su e giù. Intorno a me solo buio, tutto l’universo si era ridotto al mio corpo e al cazzo che lo stava violando. Gli affondi di Luca mi provocavano delle scosse quasi insostenibili eppure quando scivolava indietro desideraravo che tornasse nuovamente a spingere. Ogni volta era come se dal mio culo si sprigionasse una potente onda tellurica che poi passava a squassarmi tutto, e ne volevo di più, di più forti, di più intense.
Ad un certo punto il dolore si tramutò in uno strano formicolio, un specie di indistinto calore, e poco dopo nel giro di un attimo avvampai in un incendio di piacere. Non capivo più niente, non mi bastava mai, agitavo le braccia, dicevo cose senza senso. Mi muovevo sconesso cercando in tutti i modi di andare incontro a quel cazzo che tanto mi faceva godere. E Luca a sua volta eccitato da questa mia improvvisa reazione aumentò il ritmo, la velocità e la violenza dei suoi colpi, mi abbrancò le spalle, il collo, i capelli. Appena dietro le orecchie sentivo distintamente il suo respiro ansimante, piegai disperatamente la testa a cercare la sua bocca, lui si fece più vicino, strinse forte la mia faccia con le mani e … Si bloccò senza fiato, completamente sopraffatto dalle convulsioni di un potentissimo orgasmo.
Al termine di tutto, dopo aver inondato il mio culo, Luca crollò inerte sopra di me. Ne percepivo distintamente i battiti del cuore, il calore sudato della pelle, il lento rilassarsi del pisello. Restammo così a lungo, e quando decise di alzarsi e uscire dal mio buco provai uno spiacevole senso di vuoto, mi sentì privato di una parte essenziale del mio corpo. Chiusi gli occhi e rimasi sdraiato lì per terra dove ero, perso a riflettere su quello che era appena accaduto, sulle incredibili sensazioni che avevo provato, sul pensiero scioccante che un ragazzo aveva preso il mio culo.
Dopo qualche minuto sentì Luca e Andrea parlare sommessamente tra loro, non capivo cosa stessero dicendo, forse discutevano sull’opportunità di tornare a casa. Era vero, ormai si era fatto davvero tardi, non potevamo stare altro tempo in quel posto. Sarebbe potuto passare qualcuno e scoprirci e poi il centro sportivo stava per chiudere. Mi alzai faticosamente e ci ricomponemmo per bene. Ci salutammo all’uscita promettendoci di rivederci persto per ripete quel che era appena successo tra noi.

Da quel giorno i nostri rapporti ripresero. Non più però come quelli di una volta. Io avevo sempre una compagna e un figlio. Però appena potevamo,ci trovavamo tutti e tre insieme a casa di uno o dell’altro a “ricordare” insieme la nostra splendida amicizia di un tempo. Un’amicizia particolare. Un’amicizia che andava oltre ogni confine.

FINE

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Amicizia oltre ogni confine – parte 9

Il giorno seguente mi alzai di buon mattino, riposato e felice. Non persi tempo e passai subito a prendere in auto Alessandro e Luca. Era ancora presto così con tutti e tre dovetti a lungo insistere al citofono per svegliarli e farli scendere. Mi odiarono silenziosi per tutto il viaggio, ma quando arrivammo al mare trovammo la spiaggia ancora deserta. Era il paradiso.
La madre di Luca affittava la cabina di uno stabilimento per l’intera estate. E poi più che una cabina era così grande da sembrare una specie di fastoso salotto nobiliare d’altri tempi, sovrabbondante di inutili attrezzature da mare e mille altri accessori. Ci cambiammo pudicamente uno alla volta e poi di corsa a tuffarci e a giocare dentro l’acqua.
Dopo ore frenetiche di bagni e precoci insolazioni eravamo già tutti e quattro abbastanza stremati e bruciacchiati. E poi col Sole ormai alto era tornato a fare un caldo feroce. Alessandro e Luca erano andati a prendersi un gelato al bar, io intorpidito e distratto sfogliavo un libro. Mi sarei presto addormentato se non fossi stato improvvisamente allertato da insistenti squilli del mio smartphone. Erano brevi e ripetute chiamate di Luca, mi avvertivano di un suo messaggio, il testo mi sembrò enigmatico:
//APRI CABINA NASCONDITI DENTRO. SUBITO//
Cosa voleva? Cosa significava? Fin dall’arrivo avevo controllato io le chiavi della cabina a difesa dalla distrazione caotica di Luca, ma se a lui serviva entrare perché non venirsele a prendere? E poi perchè mai dovevo nascondermi lì dentro? Era inutile cercare una spiegazione razionale, mi avviai velocemente attraverso la spiaggia verso lo stabilimento. Luca non c’era ancora, aprì la porta, entrai dentro e mi misi ad attendere nella penombra di quello stanzone. Uno, forse due minuti e sentì avvicinarsi le voci dei due diciassettenni:
«Dai sbrigati Luc, datti una mossa!»
«Calmati Ale… ti ho già detto di sì, ti faccio quello che vuoi … Pretendi pure che mi metta a correre! Abbiamo tutto il tempo che vogliamo»
«Te le sei portate le chiavi della cabina vero Luc?»
«Non servono, lasciamo sempre aperto … Non è mai entrato nessuno»
«Ma così Marco potrebbe entrare e…»
«Calmati ho detto! Non verrà nessuno … Stà tranquillo Ale»
Erano quasi alla porta, finalmente avevo capito il messaggio. Mi nascosi al volo dietro un materassino e un canotto. Ancora un istante e li vidi entrare uno dopo l’altro con il gelato in mano. Alessandro si guardò un pò intorno, iniziò a togliere le nostre borse dalla panca ma:
«No No Alessandro, mettiti lì sopra è meglio»
Disse Luca indicando una specie di tavolino accostato alla parete e l’amico seguì il suggerimento sedendosi molto in alto, le gambe aperte e i piedi mollemente penzolanti. Poi Luca gli passò in mano il suo gelato e con fare sbrigativo gli abbassò il costume a mezza coscia, saltò fuori un cazzo duro e scattante.
Perchè tutto ciò? Non era certo un tradimento, ero stato avvertito, anzi ero stato invitato ad assistere. E poi avrei potuto sempre fermarli, bastava anche solo un cenno, una parola, e Alessandro sarebbe fuggito d’un lampo. Ma perchè rovinare quell’atmosfera così perversamente eccitante?
Lì dentro non c’era tanta luce ma dal mio segreto punto d’osservazione si vedeva benissimo tutto. Non so se di proposito o per caso ma l’idea di Luca di far piazzare Alessandro sopra il tavolo era perfetta, messo così era posizionato di profilo e praticamente davanti ai miei occhi.
Spingendolo con un dito Luca prese a giocerellare per un pò con quel pisello, sembrava proprio che volesse farmelo osservare meglio. Quel diciassettenne era ben dotato, lungo, più di quello di Luca e forse anche più del mio, ma d’altra parte appariva buffamente sottile e leggermente appuntito.
«Complimenti Ale, cosa ci hai fatto? Sembra proprio cresciuto dall’ultima volta»
«Dai Luca, inizia ti prego …»
«Calma calma fammelo studiare un pò, che ti costa?»
E detto questo Luca riprese a leccare il suo gelato ammirando per qualche istante l’erezione dell’amico. Quasi quasi sarei saltato fuori io ad afferrarlo con forza e smanettarlo a dovere. Peccato! Quell’incarico spettava già ad un’altro.
«Luc ma sei sicuro che non entrerà nessuno?»
Chiese ancora Alessandro preoccupato, ma bastò un attimo e fu subito zittito dalla magistrale tecnica masturbatoria del suo coetaneo. Non provai nessuna gelosia, Luca mi stava regalando uno spettacolo indescrivibile. Era solo una sega ma vedere quei due era fantastico: nella calda penombra della cabina l’asciutta figura di Alessandro emergeva mollemente deformata dall’intenso godimento, la testa voltata indietro, gli occhi socchiusi, le labbra frementi, il ritmico arricciarsi delle dita dei piedi. Davanti a lui, in piedi, c’era l’amico che con una mano gli stringeva il pisello e nell’altra teneva un gelato.
Andarono avanti così finchè Luca cambiò improvvisamente programma, si fermò di colpo, si abbassò in ginocchio, gli sfilò del tutto il costume e cominciò a spalmare quella cappella puntuta con quanto restava del suo ghiacciolo.
«Luca! Che cazzo fai? Ah! È freddo … Così mi si ammoscia! Fermati!»
«Fidati …»
«Luca! Dai togliti, lasc…»
Alessandro rimase senza fiato mentre con gli occhi spalancati fissò il suo cazzo scomparire dentro una bocca calda e umida. A quel punto non sapevo veramente quanto avrei ancora resistito immobile in quello scomodo nascondiglio. Il mio di cazzo spingeva così tanto che non mi sarei sorpreso nel sentirlo strappare il costume. Nel farsi spompinare Alessandro aveva steso le gambe in fuori e aveva alzato entrambe le braccia in alto, quasi ad aprire al massimo il suo corpo per meglio accogliere quel piacere travolgente. E doveva godere parecchio se da silenzioso che era adesso mugolava un susseguirsi frenetico di “mi piace“, “ancora“, “è bellissimo“. In quelle condizioni era impossibile resistere a lungo. E infatti d’improvviso si richiuse convulsamente a riccio, le gambe e le mani strette sulla schiena e la testa di Luca. E ci volle del tempo prima che si decidesse a mollare rilassato quella presa. Quando si rimise in piedi non disse parola e girò barcollando per la cabina, era così rintontito che per poco non uscì fuori tutto nudo e senza costume. Poi finalmente riuscì a rivestirsi e ad andarsene.
Luca era rimasto immobile, seduto in ginocchio lì dove stava, girò lo sguardo verso il mio nascondiglio:
«Marco ci sei?»

«Sei lì nascosto vero?»
Nella cabina del mare, sempre in ginocchio sul pavimento, Luca continuava a chiamarmi timoroso e forse quasi spaurito. Scostai le coperture che fino allora mi avevano nascosto e mi mostrai a lui scuro e accigliato in volto. Non avevo proprio nulla da rimproverare, non ero arrabbiato e lo dimostrava facilmente il segno evidente dell’eccitazione sul mio costume. Ma Luca non poteva conoscere i miei sentimenti con certezza e io mi divertì a tenerlo ancora per un pò sulle spine. Certo quel mio amore di ragazzo era stato di una porcaggine pazzesca. Non solo aveva appena segato e spompinato un suo amichetto, ma lo aveva consapevolmente fatto davanti agli occhi del suo “fidanzato“. D’altra parte io ero stato altrettanto perverso nel godermi di nascosto quella spettacolosa visione.
«Marco non dovevo farlo…? Perché non dici niente? Perché non mia hai fermato?»
Era così tenero sentirlo parlare strozzato dall’ansia e dall’angoscia.
«Marco ho fatto tutto questo per te, non per lui … Credimi, pensavo ti sarebbe piaciu…»
Non potei farlo soffrire ancora e mi lanciai verso di lui. Lo strinsi per le spalle e lo tirai di forza su in piedi, mi guardò con due occhioni sconsolati, ancora un attimo e credo sarebbe scoppiato a piangere. I capelli fradici di sudore, il volto tumefatto per lo sforzo, le labbra ancora impastate di saliva e forse anche di sperma. Così ridotto era irresistibile. Gli strinsi stretto la testa tra le mani e costrinsi quel suo visino tutto congestionato a subire l’ulteriore violenza della mia lingua e dei miei baci. Succhiavo le labbra, leccavo le guancie, lo baciavo delicato sugli occhi, esploraravo la bocca alla ricerca del residuo sapore di Alessandro. E lui come sempre s’abbandonò inerme come fa un micetto quando subisce le pulizie di mamma gatta.
Lo adoravo. Me lo sarei scopato in tutti i modi possibili ma pensai che forse era meglio andarci piano col suo culo. L’avevo sverginato appena il giorno prima ed ero stato fin troppo rude e violento, adesso dovevo dargli tregua. Ma lo stesso, dopo averlo visto all’opera assieme al suo amico, volevo riaffermare che lui era mio, era solo mio e di nessun altro.
«Marco prendimi, prendimi ancora …»
«Ma Luca, non so … l’abbiamo fatto ieri … Ti farà mal…»
«Sono a posto, Marco prendimi ti prego»
E mentre parlava non smetteva di molestarmi con le mani il pisello per farlo ritornare sull’attenti.
«Marco dai lo voglio … Lo voglio dentro di me … Dammelo ti prego»
Lo alzi per le chiappe tirandolo a me e lui prontamente allacciò le gambe intorno alla mia schiena. Adesso sentivo sul ventre il duro cilindro della sua erezione mentre il mio cazzo affondava tra le sue palle e il suo culo.
«Marco … Io sono tuo, voglio essere tuo per sempre … E tu sei mio Marco»
Si inginocchiò a lubrificare per bene con la saliva il mio pisello, si rialzò di nuovo:
«E adesso infila il tuo cazzo dentro di me»
Con uno strattone Luca mi condusse verso quella specie di tavolo dove si era già accomodato Alessandro, vi si distese sopra a pancia in alto. Io lo presi per le caviglie allargando e sollevando le sue gambe. Posai il cazzo sul buchetto e lo spinsi dentro. Diversamente da come temevo riuscì ad entrare più facilmente della prima volta, e anche Luca sembrò accoglierlo con meno sofferenza. Iniziai a possederlo morbidamente, con molta dolcezza, senza nessuna fretta o violenza. Lui mi tirò a se e mi tenne stretto fino a poter unire le nostre lingue. Eravamo così intrecciati uno nell’altro che potevo distintamente percepire anche il più piccolo fremito, il più lieve tremolio del suo corpo. Imparai a godere nel sentire prima che il mio il suo di piacere, imparai a modulare il ritmo e la forza delle mie spinte in accordo con le sue reazioni, con ogni vibrazione dei suoi muscoli. Il giorno prima Luca era stato inculato e sverginato a casa sua, nel suo letto. Io e lui avevamo scopato. Adesso nell’afosa penombra di una cabina al mare, io e Luca stavamo facendo l’amore, fondevamo in un unico essere i nostri corpi e le nostre anime.
Pur rimanendo avvolto nella cintura della sue braccia mi staccai con decisione dalla sua bocca, non era un abbandono ma l’affannata ricerca di spazio per impugnare la sua erezione. Finalmente raggiunsi la giusta armonia tra il ritmo della penetrazione nel suo culo e il movimento della mano sul suo cazzo. Il nostro resipro e il nostro cuore trovarono l’unisono e poi, insieme, liberammo il nostro comune piacere.
Lasciammo la cabina e tornammo verso la riva. Tutti e tre assieme giocammo annoiati a carte fino a quando Luca e Alessandro non preferirono l’allegria di un ultimo bagno in mare. Prima di tornare in città, per chiudere in bellezza, ci sedemmo al tavolo di un bar carino del lungomare. Eravamo mollemente rilassati con adosso quel torpore esausto che investe le membra dopo una giornata di Sole e di mare. Alessandro e Luca commentavano un qualche videogioco da poco uscito, io sorseggiavo silenzioso una specie di aperitivo. Ripensando a tutta quella gita considerai che in qualche modo ognuno di noi poteva dirsi soddisfatto: io e Luca ci avevamo dato dentro alla grande e Alessandro aveva ricevuto la sega che desiderava e poi il regalo di un inaspettato pompino. Ma non era stata un’orgia collettiva, solo io e Luca avevamo condiviso tutto fin dall’inizio, Alessandro era stata una semplice comparsa, attore messo in scena solo per soddisfare i nostri perversi desideri.
Ma perchè tutto questo, perché io e Luca dovevamo arrivare a tanto? In realtà a spingerci verso questa strada non fu una scelta consapevole, ma gli impulsi profondi del nostro subconscio. L’incontro tra me e quel ragazzino aveva scatenato in entrambi forze talmente potenti che potevano travolgere chiunque avesse avuto la sfortuna di starci vicino. Per Alessandro quello era solo l’inizio . E il giorno dopo avrei rivisto Erika …

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Amicizia oltre ogni confine – parte 8

Purtroppo il trasloco finì e i giorni di permanenza di Luchetto a casa mia terminarono.Ma la mia vogla di stare con lui era talmente tanta che feci di tutto per incontrarlo. Per salire a casa di Luca mi ero inventato una scusa qualsiasi. La madre terribile, la signora Franca, mi fece accomodare gentile e cerimoniosa come sempre. Mi tratteneva sperticandosi in mille ringraziamenti per aver ospitato il figlio mentre io fremevo impaziente. E poi avevo già intravisto affacciarsi la testolina di Luca in fondo alla buia prospettiva del corridoio. Così di lontano mi sembrava sorridere felice. Perchè quella mamma non smetteva di parlare? Poi un improvviso e meraviglioso squillo del telefono distolse l’attenzione di quella donna odiosa. Fui libero di correre da lui.
Appena chiusi la porta della sua stanza mi si buttò sopra baciandomi forsennato. La foga con cui mi era venuto addosso ci fece scivolare per terra sul pavimento, ma non ci fu verso di fermarlo. Era così spaventosamente dolce. Lo abbracciai strettissimo. Sarei rimasto così a lungo ma lui non riusciva proprio a calmarsi e da sotto e da sopra infilò entrambe le mani dentro i miei esagerati bermuda. Aveva già impugnato il mio cazzo che un rumore allarmante mi fece sobbalzare. Non so come ma riuscì in un lampo a disincastrare Luca dai miei pantaloni e poi a spingerlo lontano . Appena un secondo dopo ecco la Signora Franca affacciarsi nella stanza. Perché? Perché? Compresi subito il miracoloso significato del suo discorso: costretta da impegni inderogabili doveva uscire. CI LASCIAVA CASA LIBERA! CI LASCIAVA DA SOLI! E poi concluse pregandomi di rimanere fino al suo ritorno. La povera donna si sentiva rassicurata dalla mia presenza:
«Grazie infinite Marco. E mi raccomando tieni a bada Luchetto»
Certo che avrei tenuto a bada quel suo bel figliolino, non poteva neppure immaginare come l’avrei tenuto a bada. Ma purtroppo la “signora mamma“ non colse tutta l’ironia della mia risposta.
Altri infiniti saluti, ringraziamenti, raccomandazioni e finalmente sentimmo chiudere la porta di casa. Preso da non so quale paranoia feci comunque un completo giro di controllo e solo dopo un pò ritornai da Luca, Mi aspettava in piedi, al centro della stanza, già tutto nudo ed eccitato. Gli andai subito incontro quasi non sapendo cosa fare tanto ero affamato di lui, lo abbracciai di nuovo, ma prima che potessi stringerlo lui aprì la zip dei miei bermuda, tirò fuori il mio cazzo duro e lo prese assieme al suo per una sega doppia. Anche se era comunque troppo perchè la sua mano potesse muoversi efficacemente, lo stesso io provai sensazioni nuove e indescrivibili. Lui per un pò sembrò davvero concentrato a lavorarsi i nostri piselli ma d’improvviso lasciò tutto.
«Luca no! Perchè? Continua, continua ti prego …»
Rimase immobile di fronte a me, abbassò lo sguardo terra e:
«Marco prendimi … Ti prego prendimi …»
Non disse altro e languidamente si inginocchiò sul letto, tenne la testa sul cuscino e mi offrì il suo meraviglioso culo sollevandolo bene in alto. Guardai quella sua posa sinuosa e morbida e mi sembrò come se il tempo si fosse dilatato, era tutto rallentato e insieme magicamente silenzioso. Nel salire anche io sul letto gli passai la mano dai capelli fino al sedere, quasi a prendere le misure di quel corpo, a saggiarne l’elasticità, ad accertarmi che fosse tutto reale, che non si trattasse solo di un sogno. E adesso ecco li di fronte a me rivedevo quel suo dolce e roseo buchetto. Tra poco lo avrei penetrato con la mia virilità, era l’ultimo confine da oltrepassare e poi più nulla sarebbe stato come prima.
Non lo avevo mai fatto, con Erika quell’ingresso era sempre stato off-limit, non avevo nessuna esperienza ma sapevo che poteva essere anche molto doloroso, dovevo lubrificarlo, dovevo prepararlo poco a poco. Con le mani allargai ancora di più le sue gambe, ebbi qualche esitazione. Ma anche li sotto Luchetto era come sempre pulitissimo, non ci pensai più e mi tuffai con la lingua a leccarlo e insalivarlo per bene. Pochi tocchi e lui prese sommessamente a gemere, spingeva con sempre più decisione il culo contro la mi lingua, stava godendo davvero di brutto. E il sentirlo così fremente mi eccitava ancora di più, mi portava a leccarlo più forte, a infilarci la lingua dentro finché potevo. Ad un certo punto prese ad agitarsi e sculettare così forte che non riuscì più a continuare. Non poteva fare così, come potevo lavorare se lui si muoveva a quel modo.
Allora gli presi e gli tirai forte il pisello da sotto, almeno riuscì a fermarlo quel tanto da poterlo pentrare con un dito, lui non fece resistenza e io scivolavo dentro e fuori con facilità. Provai un secondo dito, ebbe solo un piccolo sussulto. Adesso iniziavamo a fare davvero sul serio: uscivo, rientravo, allargavo le due dita, le giravo e le rigiravo dentro. Sentì finalmente il muscolo rilassarsi, farsi più morbido e accogliente. Lo giudicai pronto.
Mi alzai dal letto per accostarmi al suo viso:
«Luca succhiamelo, insalivalo bene …»
E lui si diede subito da fare con larghe leccate e ciucciate, stimolava la salivazione la colava fuori la bocca e poi la distribuiva con la lingua. ci volle poco e il mio cazzo fu completamente bagnato. Tornai a inginocchiarmi dietro di lui, poggiai l’umida cappella su quel buco e presi a spingere. NULLA, non entrava quasi nulla. Provai più volte ma quando la punta della capella era già dentro lui d’improvviso s’irrigidiva, sfuggiva in avanti con un scatto inconscio. E allora ogni volta tornavo a rilassarlo con qualche tocco di lingua, lui si rimetteva in posizione, ritentavo ancora. INUTILE.
Come fare? Come fare? STAVO IMPAZZENDO …

Come era possibile? Cosa mi stava succedendo? Stavo diventando pazzo. Luca mi offriva il suo culetto vergine, io avevo un erezione fortissima e non riuscivo a prenderlo, a farlo mio. Più di un tentativo di penetrazione era andato miseramente a vuoto. Forse era la mia paura di fargli male? Un senso di soggezione per l’inesperienza? E lui d’altra parte pur desiderandolo non trovava la giusta tranquillità e non riusciva a controllare la resistenze istintive del corpo.
BASTA! BASTA! DOVEVO AVERLO! Non era più tempo per le delicatezze, dovevo farmi forza, dovevo tirar fuori il mio carattere più prepotente e agressivo.
Costrinsi Luca a stendersi tutto sul materasso, un cuscino sotto la pancia ad alzare meglio il culo, le sue gambe ben larghe, e infine presi stretto il mio cazzo e lo puntai risoluto su quel buco. Quando iniziai a spingere lo feci con decisione e poi continuai fino in fondo senza mai interrompere. Lui implorante provò a chiedermi delle pause, una qualche tregua. Non ascoltai quei piagnucolii. Lo sentì gridare. lo vidi mordere il lenzuolo. Non ebbi più pietà e alla fine ci riusci! Ero tutto dentro!
Il MIO CAZZO ERA SPARITO DENTRO IL SUO CULO! QUEL RAGAZZO, QUEL MASCHIO ERA FINALMENTE MIO!
Rimasi fermo solo qualche istante per farlo adattare alla mia intrusione, per far sciogliere la dolorosa pressione muscolare del retto intorno al mio pisello. Non appena percepì un leggero rilassamento iniziai subito e senza esitazioni ad entrare e uscire con un certo ritmo. Quanto era terribilmente stretto! Però che dolce calore! Che senso di avvolgimento! Lui aveva smesso d’implorare ma continuava visibilmente a soffrire, affondava la testa nel materasso e stringeva forte le mani a pugno. Io d’altra parte percepivo ad ogni affondo un piacere crescente e irresistibile. Provai anche ad accelerare, ma poi dovetti rallentare di nuovo fino a concedere anche qualche pausa. Era così bello che rischiavo di venire troppo presto e invece volevo prolungare al massimo quell’incredibile godimento.
E non era un piacere solo del mio cazzo, ma anche del mio intero corpo, della mia mente, di tutto me stesso. Era il gusto di provare un’esperienza per me nuova, era il succulento piacere di commettere un gesto proibito, di sodomizzare un ragazzo, era l’inebriante consapevolezza di possedere pienamente il mio amore.
Poi anche Luca a poco a poco sembrò finalmente sciogliersi: distese lentamente le membra in pose meno rigide, timidamente si mosse autonomo ondeggiando il culo incontro alla mia penetrazione. E poi i suoi soffocati lamenti assunsero un tono diverso, si fecero via via meno acuti, meno frequenti, fino a trasformarsi in sommessi mugolii. Stavo già moltiplicando la mia azione quando una voce innaturale, roca, stravolta:
«È bello, È BELLO … Continua … ContINUA … CONTINUAAA!»
Aveva superato il dolore iniziale, adesso godeva pure lui. E al sentirlo parlare in quel modo persi ogni controllo sfogando tutta la mia energia. Mi alzai d’improvviso sulle ginocchia abbrancando e trascinandomi dietro con forza il suo culo. Luca anche se a fatica ritrovò l’equilibrio posizionandosi a quattro zampe sul letto. Lo bloccai stretto agganciandolo per le spalle e presi a pompare veramente di brutto. Lui accettò passivo quell’azione tanto più violenta ma io ancora insoddisfatto l’acchiappai per i capelli tirandolo rudemente a me. Più sentivo la tensione del suo corpo inarcato, più le sue braccia s’agitavano scomposte più cresceva la mia eccitazione e la mia foga. Lo liberai dalla stretta sulla testa solo per incularlo con ancora maggiore intensità. Ogni botta era così brutale da costringerlo letteralmente ad avanzare carponi fino ad appoggiarsi contro la testata del letto, e allora lo attirai nuovamente a me afferranderlo per i capelli, per le spalle, per il petto, per dove potevo.
Con Erika non lo avevo mai fatto, ma in quel momento e con Luca ero così esaltato che presi ad urlare sconnesso:
«LUCA TI INCULO! TI SCOPO!… SEI MIO! … TI AMO! … SEI MIO! SEI MIO!»
Lui al contrario, travolto dalla mia incontenibile irruenza, non riusciva a dire nulla, ma continuò lo stesso ad esasperare il mio piacere alternando rantoli affannati a versi di ogni tipo. Ero oltre ogni limite, non avevo mai goduto così tanto, così profondamente . E continuavo a scoparlo sempre più forsennato e brutale. Gli bloccai i polsi dietro la schiena e alla fine, senza quasi rendermene conto, lo costrinsi con la faccia praticamente schiacciata sulla parete. Ero già esploso dentro di lui ma ancora continuai a sbatterlo forte per altri lunghissimi istanti.
Mi ci volle un pò, ma finalmente ritrovai pace. Lo stesso non rinunciai a tenergli ancora dentro il mio pisello. Per nulla al mondo avrei perso quel contatto. Crollai sulla sua schiena sudata, il mio e il suo cuore battevano a mille ed entrambi ci riprendevamo dallo sforzo ansando convulsi.
Penetrare quel ragazzo aveva scatenato in me un’istinto animalesco che non pensavo di avere, me ne accorsi solo alla fine, quando dopo lo stordimento dell’orgasmo ero tornato di nuovo pienamente cosciente. Luca intanto continuava a rimanere immobile, ancora a quattro zampe sul letto, completamente muto. Fui assalito dal timore di averlo preso con troppa violenza, con troppo ardore. Il timore si tramutò poi in vero e proprio spavento nel momento che liberai il mio pisello e vidi terrorizzato un’inconfodibile scia purpurea. SANGUE! Avevo esagerato. Il suo offrirsi così spontaneo e poi la foga dell’inculata mi avevano fatto completamente dimenticare che per lui era comunque la prima volta.
Con grande ansia cercai risposta da lui, nel volto appariva ancora tutto congestionato e sfatto, al momento non disse niente. Attesi preoccupato. Quando finalmente mi guardò i suoi occhi erano stanchi ma dolcemente sereni:
«Tranquillo Marco, tutto a posto … Dammi solo cinque minuti per riprendermi»
Presi a carezzargli mollemente quei capelli che solo poco prima avevo tirato con tanta brutalità, e lui abbozzando un sorriso:
«Certo che però ci vai dentro davvero fortissimo eh …»
«Scusa Luchetto! Scusa! Scus…»
«Tranquillo … È stato pesante ma mi è piaciuto … È stato bellissimo … Davvero … Perché Ti sei fermato! Stavo per venire anche io …»
Lo baciai amorevole sulla fronte. Lo aiutai ad alzarsi e scoprì con una certa apprensione che non camminava proprio benissimo. In bagno lo lavai e lo disinfettai con delicatezza. Dopo le cure, con mio grande sollievo, sembrò di nuovo abbastanza in forma.
Ci rivestimmo velocemente e diedi una sistemata al letto disastrato. Già avevamo sfidato fin troppo la sorte, inutile correre altri rischi. La mamma di Luca era sempre drammaticamente imprevedibile e poteva tornare in qualsiasi momento. Che tristezza non avere più Luca fisso a casa mia, sempre lì vicino a me, sempre pronto per ogni coccola e per ogni gioco.
«Cosa facciamo domani Luca? Passi da me vero?»
«Domani ho promesso ad Alessandro di andare con lui al mare … Ma se vuoi Marco lo chiamo subito e gli dico che non vado»
Quel mio ragazzo era sempre così teneramente affettuoso. Riflettei giusto qualche istante, per certo avevo già perso troppo tempo e dovevo pur iniziare a studiare seriamente. E poi appena il giorno appresso c’era l’esame di Erika. Dopo ci saremmo incontrati, impossibile rimandare, avrei dovuto per forza affrontarla. Un tranquillo giorno in solitudine per pensare, per prepararmi a quel difficile dialogo era proprio necessario.
«No no, è giusto così, vai pure Luca, ci sentiamo poi la sera»
Luca rimase in silenzio, pensieroso. poi:
«tranquillo Marco,  con Alessandro sono mesi e mesi che non facciamo più …»
«”Facciamo” cosa Luca?»
«Te lo ho detto! …insomma … Una volta tiravo le seghe ad Alessandro!»
Si era vero, me lo aveva già raccontato. Ma adesso l’inopportuno ricordo mi provocò una punta di gelosia.
«Che ne dici se vengo anche io al mare? Così possiamo comunque stare insieme. E poi inoltre venendo con me ci sarebbe l’auto invce dei mezzi pubblici»
Non credevo avesse compreso le mie recondite ragioni (sottovalutavo l’intelligenza di Luca) ma comunque accettò la proposta con quello che mi sembrò un sincero entusiasmo. Corse subito in cerca del suo cellulare per avvertire l’amico. Chissà se anche Alessandro era altrettanto contento della mia presenza. L’indomani avrei capito di più.
Intanto scrissi un paio di messaggi ad Erika. Era dal giorno prima che non la sentivo, dovevo pur salutarla ogni tanto. Pensai di cavarmela con poco ma subito mi sommerse con la sua frenesia grafomane. Pensai di passare l’incombenza messaggistica a Luca, già tante volte si era dimostrato molto più bravo di me a dialogare con lei  Ma Luca purtroppo si era già impegnato in un’altra chiamata. Con chi parlava? Che diceva? No! … ERA LA MAMMA. Possibile che quell’essere non riusciva a starsene buona nemmeno per un paio d’ore senza disturbare? E poi con tutto quel controllo rompeva le scatole a tutti e non scopriva mai niente.
Parlavano, parlavano, chissà di cosa, chissà ancora per quanto tempo. E continuava pure l’intasamento di Erika sul mio Whatsapp!!! Esasperato spensi il mio smartphone e presi a gustarmi con gli occhi quel bocconcino di figliolo lì davanti a me. Se ne stava rilassato sul letto, una magliettina buffa e un paio di vecchi jeans tagliati a pantaloncino. D’improvviso mi venne in mente che se io avevo riempito il suo culetto lui non aveva ricevuto soddisfazione. Non c’era ne tempo ne modo per ricambiare la sua generosa offerta del buco, ma potevo ringraziarlo in altro modo.
Mi avvicinai silenzioso, mi inginocchiai a terra a fianco del letto, gli aprì la zip e subito intravidi le morbide forme sel suo frutto ancora nascosto. Una leggera passata al suo bozzetto sopra gli slip e poi veloce scostai anche quell’ultima barriera. Quanto era tenero il mio “pegno d’amore“ tutto moscetto! Lui per facilitarmi il compito si girò gentilmente sul fianco e io lo imboccai rapace. Appena nella mia bocca lavorai docilmente quel piccolo esserino. Che emozione sentirlo crescere vigoroso dentro di me! Bastò poco e fui pieno della sua massiccia erezione.
Che bel modo di chiudere una giornata così faticosa e così importante . Lui continuò la telefonata con la cara mamma e io nel frattempo mi deliziai a lungo nel succhiargli il suo pisello duro duro .

gorgeous fur legs

Amicizia oltre ogni confine – parte 7

Io e Luca rimanemmo fuori a passeggiare a lungo, tra paninoteca, cazzeggio, gelato, supermarket passarono ore. Dopo quasi due giorni chiusi a casa ad amoreggiare entrambi avevamo proprio bisogno di un bel giro all’aria aperta. E poi era così bello camminare per strada assieme al mio Luchetto, sempre attaccati uno all’altro, sempre a punzecchiarci scherzosi ora con una leggera spintonata, ora arruffandoci i capelli con la mano, ora strattonandoci forte con un braccio attorno alle spalle. Mancava solo che ci tenessimo per mano e saremmo stati una coppietta perfetta. Purtroppo non ero pronto per rivelare al mondo il nostro amore, e più volte trattenni l’impulso di intrecciare le sue dita con le mie.
Per quasi tutto il tempo Luca non fece altro che parlare, raccontare, progettare … E io d’altra parte ascoltavo tranquillo, beandomi della sua vitalità strasbordante. Non smetteva mai, neppure quando attraversammo il cortile del mio palazzo, neppure davanti il portone d’ingresso, nell’androne, nell’ascensore. Poi d’improvviso, quando non eravamo ancora arrivati al piano, spinse il pulsante di stop bloccando la salita . Mi fissò silenzioso per un istante e:
«Marco, ti devo confessare una cosa … Ma mi devi promettere che non ti arrabbierai »
« Cosa? Cosa devi dirmi …? »
« Prometti! »
« Tu parla e poi vediamo »
«Prometti! Devi promettere! »
Parlava con un’aria allo stesso tempo seria e implorante, mi fissava con certi occhioni che era impossibile resistere, era così dolcemente imbarazzato.
«Va bene … Prometto! Prometto! Non mi arrabbierò … Ma adesso parla »
Continuava a guardarmi, balbettò qualche parola sconnessa. poi tutto d’un fiato, quasi singhiozzando:
«Una volta tiravo le seghe ad un mio amico… Alessandro …»
E poi quasi urlando:
«MA LUI NON MI HA MAI TOCCATO, MAI, MAI! TU SEI STATO IL PRIMO! IO AMO TE! SOLO TE! »
Dopo la rivelazione abbassò lo sguardo e rimase immobile e silenzioso. Lì per lì non fui per niente arrabbiato. anzi. La sua disarmante sincerità, la sua visibile sofferenza nell’incerta attesa di una mia reazione, la tenerezza di quella testolina piegata a guardasi i piedi. Provai una commozione profonda, quasi insostenibile. Lo chiusi in un abbraccio forte e caldissimo. Capii che lo amavo come non avevo mai amato nessuno.
Rientrati a casa mi misi a riordinare ma ero continuamente distratto dal pensiero di quella piccante confessione. Conoscevo bene Alessandro. Frequentava la stessa scuola di Luca e veniva spesso in oratorio. Lo avevo incrociato mille volte passeggiando per le vie del paese e mi era sempre sembrato un bambinone timido e impacciato. Non riuscivo proprio a vederlo mentre si faceva masturbare dal mio Luchetto, eppure era così. Cominciai a immaginare mille possibili scene: loro due chiusi nel cesso della scuola durante la ricreazione. In camera d’albergo durante una gita scolastica, magari in presenza di altri compagni. Appartati nella stanza di Luca quando l’ignara madre gli stava preparando la merenda pomeridiana. Mi eccitai da morire.
Non potevo resistere, mi avvicinai a lui e presi a chedergli con insistenza quache dettaglio, ulteriori spiegazioni. Non era propenso a raccontare, cercava sempre di sviare il discorso ma io ostinato insistevo. Alla fine:
« Nulla di straordinario. Lo facevo a casa sua, succedeva così … »
Si inginocchiò davanti a me, mi apri i pantaloni, calò gli slip, prese in mano il mio cazzo eretto e subito si diede da fare con quella sua tecnica meravigliosa. Pochi colpi e già tutto il mio corpo s’agitava ondoso sul ritmo della sua mano fatata. Adesso capivo come era diventato così bravo, tra il suo pisello e quello dell’amico aveva avuto parecchio materiale su cui esercitarsi. Lo guardavo dall’alto mentre umile e concentrato si occupava del mio piacere, i suoi occhi fissi sul mio membro, perfettamente silenzioso, senza mai neppure provare a toccarsi.
«Luca attento! Sto quasi per venire … »
E lui allora avvicinò l’altra mano chiusa a cucchiaio e quando fu il momento vi raccolse tutto il mio seme, non perse neppure una goccia.
«Facevi così anche con Alessandro? »
« »
« E poi? »
«Poi mi chiudevo da solo in bagno … »
Corse via, lo seguì, si mise in piedi davanti la tazza, tirò fuori il suo cazzo già durissimo, se lo spalmò con il mio sperma. Mi sedetti sulla tazza sotto di lui e pulì il suo sesso con dolci leccatine. Lo presi in mano e iniziai a segarlo dolcemente mentre con la lingua e con le labbra coccolavo la sua rosea cappella. Ad un certo punto mi pose la mano sulla testa, pensai volesse spingere con forza la mia bocca sul cazzo e invece. Era una leggera e morbida carezza, era il suo segno di gratitudine e riconoscenza.

Per me il tempo poteva finire lì, sarei rimasto con lì con lui per sempre, in eterno. Il mondo però contiuava a girare: il mio smartphone cominciò a suonare, una chiamata. Era certamente Erika, dovevo rispondere:
«Pronto Erika dimmi»
«Che Erika e Erika, pensi solo a lei! Sono Andrea!» Era il mio migliore amico Andrea.
« Ciao Andr… »
« IL TORNEO! DOBBIAMO ORGANIZZARE IL TORNEO DI STASERA
« … … » già. Gli vevo promesso di organizzare un torneo alla play. Me ne ero completamente dimenticato.
«Sei sveglio Marco? Ti ricordi? Ho già chiamato mio cugino, è dei nostri »
«Sì Sì. Il torneo alla Play col nuovo gioco di tuo cugino … Ok, ma aspetta, forse …»
PALLE! PALLE! PALLE! Avrei perso una preziosa notte da passare col mio Luchetto. Dovevo rimandare, ad ogni costo. Ma era veramente difficile: da una parte subivo l’impeto di Andrea, dall’altra io stesso non riuscivo a trovare scuse plausibili per annullare. E poi ci si mise pure Luca che con gesti e parole mi aveva chiaramente espresso la sua gioia per l’idea. Alla fine accettai, e dovetti pure impegnarmi a risolvere altri problemi. Infatti come suo solito Andrea era stato un arrogante pasticcione: lui aveva promosso la cosa, lui aveva stabilito a 6 il numero di partecipanti, ma poi naturalmente, oltre il cugino, non sapeva proprio chi altro invitare. Feci subito un paio di chiamate ma non trovai nessuno disponibile. Luca allora contattò il suo amico Alessandro e si adoperò fin da subito in una lunga e difficile trattativa . Tra precisazioni, spiegazioni, proposte e rilanci Luchetto stava parlando già da 10 minuti, e quindi 9 minuti di troppo rispetto alla mia crescente intolleranza. Che Alessandro dicesse semplicemente SÍ oppure NO e potevamo farla finita.
Luca parlava parlava parlava e “passeggiava” nudo tutto intorno alla stanza. Mi ero definitivamente stancato, per farlo smettere applicai un rimedio collaudato: presi il suo pisello in mano. Qualche dolce scappelatina ed ecco. Tanto il suo cazzo cresceva rigido e duro tanto il suo corpo e la sua mente si facevano molli e flessibili. Guardarlo ridotto a quel modo era struggente, se ne stava lì in piedi, nudo, ancora al telefono col suo amico ma come smarrito, trasognato. Mi avvicinai a lui di fianco, una mano a masturbarlo piano, l’altra a carezzargli il culetto. Lui agguantò il mio cazzo dritto quasi fosse una maniglia che lo aiutasse a non cadere. Presi a succhiare e mordicchiare il suo orecchio. Non poteva più resistere. Con una voce impastata, imprecisa e tremolante riuscì in quache modo a chiudere con Alessandro.

Ormai era quasi tutto pronto, birre e cocacola in frigo, patatine e salatini in larghe ciotole, il letto chiuso a divano e un paio di cuscinoni a terra per la comodità di tutti. Aspettavamo solo gli amici sistemando qua e la gli ultimi dettagli.
DRIIIIN! DRIIIIN! Ecco i primi ad arrivare. Avevo già aperto il cancello del palazzo quando Luca:
«E di questo che ne facciamo?»
Cosa? Di questo cosa? Era un dvd porno. Il film che quella mattina avevamo affittato per guardarcelo e segarci insieme.
«Fallo IMMEDIATAMENTE sparire Luca! Nascondilo da qualche parte! Non è serata da porno»
DIN! DON! DIN! DON! DIN! DON! DIN! DON!
Appena il tempo di aprire la porta che fui travolto dalla convulsa irruenza di Andrea, nelle mani una pila spropositata di scatole da pizzeria. E subito dietro suo cugino Giulio, un diciottenne moretto, alto e affilato. Pochi secondi e avevano già aperto tutti i contenitori e apparacchiato la tavola. Poco dopo arrivò Alessandro e poi finalmente anche Filippo, il figlio quindicenne dei miei vicini di casa. Portava una torta appositamente preparata dalla gentilissima madre.
Fu una cena eccessiva, chiassosa, disordinata e divertente. Quando io e i più piccoli eravamo ancora impegnati con la torta, Andrea e il cugino si erano già buttati a sistemare la Playstation, a organizzare le squadre, a definire un regolamento per il torneo. Io e Filippo fummo sommersi da una serie di sconfitte catastrofiche, la coppia di Alessandro e Luca riuscì a cavarsela benino ma sarebbe stato comunque impossibile sconfiggere una squadra di campioni come quella di Andrea e Giulio.

Solo dopo aver assiduamente giocato per ore ci fu spazio per una pausa. Stanchi, inebetiti e allucinati ci stavamo tutti finalmente riprendendo, i cugini commentavano inesausti le partite, Alessandro e Filippo parlavano di scuola, io mi rilassavo silenzioso. E Luca esplose:
«Stop con la Play per un pò! Abbiamo un bellissimo pornazzo da vedere!»
La sorpresa generale fu sciolta dalla tempestività di Giulio che, afferrato il dvd, lo avviò subito sulla TV. Avevo frequantato molto raramente il cugino di Andrea ma sapevo bene dell’imbarazzante fama di assiduo pornografo che lo circondava, e nel giro di comuni conoscenti avevo più volte sentito alludere ad una sua immensa e favolosa videoteca privata.
Io mi sentivo annientato dall’imbarazzo. Poi temevo un’azione sconsiderata del timido Filippo, avrebbe potuto raccontare tutto ai genitori! E loro cosa avrebbero detto? Sarei stato additato come un pervertito davanti a tutto il condominio.
Cercai lo sguardo di Luca, se avessi avuto un magico potere l’avrei certamente fulminato e incenerito all’istante. Ma eccolo lì, si era messo in disparte ad osservare la scena come uno spettatore estraneo. Fissava silenzioso i nostri ospiti, sembrava quasi che si fosse messo a scrutare attento le diverse reazioni di ognuno. Così anche io, seguando la traiettoria dei sui sguardi, volsi la mia attenzione su di loro.
Giulio, concordemente alla sua fama, s’era accovacciato a gambe larghe davanti lo schermo, commentava ogni dettaglio ad alta voce e si tastava palesemente il pacco.
Andrea invece, all’opposto dello sguaiato cugino, s’era tutto irrigidito, il volto rabbuiato, le mani strette a pugno a sfogare l’evidente irritazione. Era fatto così, mi ricordavo come anche alle medie, anche nei primi anni del liceo, si era sempre infastidito per quel genere di film. Nel passato aveva malamente subito qualche visione collettiva con me e altri amici e, in quelle occasioni, anche al solo accenno di una “sega in compagnia” ogni volta se ne era subito andato via. Lo conoscevo dalla prima elementare eppure non mi era mai stato possibile vedere la sua intimità, neppure negli spogliatoi in piscina, neppure al mare o in campeggio con la parrocchia.
La faccia quindicenne di Filippo era paonazza dall’imbarazzo, ma lo stesso sembrava non riuscisse proprio a togliere gli occhi dal film. Senza muovere muscolo continuava a fissare lo schermo, totalmente soggiogato dal susseguirsi di quelle scene esorbitanti.
E infine ecco Alessandro che irrequieto e scomposto alternava senza sosta la visione della TV a veloci occhiatine verso Luca. E anche lui, sebbene con fare molto più discreto di Giulio, non smetteva di spingere la mano tra le gambe. Al vedere quel ragazzino magrolino e apparentemente tanto timido ripensai a quanto Luca mi aveva rivelato solo poche ore prima. La mia eccitata fantasia prese subito a correre e già vedevo i due amici appartarsi in un angolo, uno starsene trasognato in piedi e l’altro inginocchiato li davanti a menargli il pisellino eretto. E poi ancora immaginavo Luchetto usare l’amico come cavia per insegnare al piccolo Filippo, con l’esempio e con la pratica, la più sublime e perfezionata arte della masturbazione maschile.
Io intanto, nel mio sogno ad occhi aperti, m’avventavo a scoprire finalmente il misterioso e sconosciuto sesso di Andrea. In armonia col suo fisico grosso e muscoloso mi immaginai un pene enorme, venoso, tanto lungo da potersi facilmente impugnare a due mani. E poi ecco la forte pressione di Giulio sulla mia testa a spingermi contro quel pitone mostruoso, a costringermi in un soffocante ed impossibile pompino.
Oppure rimontavo da capo tutti i mei attori in un nuovo film e al centro della scena, questa volta c’eravamo io e Luca: entrambi strettamente legati e inginocchiati sopra due sedie, costretti ognuno a vedere nell’altro le sevizie e gli abusi dei nostri corpi perpetuati da quattro maschi eccitati. Osservavo l’abnorme cazzo di Andrea violare senza pietà la delicata verginità anale del mio Luchetto mentre lui, gridando disperato, non smetteva di fissarmi con occhi stravolti e imploranti. E intanto, dentro il mio culo, si sfogava tutta la frustrazione pornografica di Giulio. Infine, esauriti i nostri corpi, i due cugini prendevano ad inseguire per la stanza Filippo e Alessandro, li catturavano, li bloccavano stretti e li sodomizzavano a turno, violenti e implacabili.
E ancora, invertendo i ruoli, fantasticavo che era Andrea quello sottomesso. Lo immaginavo steso sul letto, legato e bendato, mentre i tre più piccoli esploravano impietosamente il suo corpo. Nel frattempo io e Giulio, un pò in disparte, commentavamo divertiti lo svelamento di quel ragazzone tanto geloso della propria intimità.
Sempre più eccitato avrei continuato ancora con quelle visioni . Mi interruppe lo scatto pesante di Andrea che s’era improvvisamente alzato dal divano. Frettoloso e irruente impose al cugino un’immediato e inderogabile ritorno a casa. Come era sempre successo in queste occasioni, dal suo punto di vista, la serata era ormai rovinata e adesso aveva fretta d’andarsene. Tirò sù di peso il riottoso Giulio e lo spinse fuori di casa a forza. Neanche il tempo di salutare tutti e già erano dentro l’ascensore. Subito dopo, chiaramente imbarazzato, ci lasciò anche Alessandro. Rimase solo Filippo che, tutto rannicchiato in un angoletto del divano, continuava perso e inebetito a guardare il film.
Ritrovata la calma dopo le escandescene di Andrea tornai anche io a sedermi e presto ci raggiunse anche Luca, piazzandosi proprio al centro del divano. Sulla TV le scene si susseguivano ininterrotte. Tra il dvd, le mie fantasie, e adesso la vicinanza del mio amore ero veramente eccitato e avrei volentieri sfogato il desiderio, in qualsiasi modo. Come fare però? Quel poco di raziocino che ancora conservavo m’impediva gesti inconsulti davanti il figlio quindicenne dei vicini. Ancora un pò di pazienza: prima o poi quel video sarebbe finito, l’ospite se ne sarebbe andato e noi due saremmo stati di nuovo soli e liberi. Tra le mie gambe già non sentivo più le inopportune pressioni del mio cazzo quando Luca s’accostò vicino a me, civolò un pò giu sulla seduta del divano esponendo il suo pacco nel modo più evidente e sfacciato e prese a sbottonarsi i jeans. Razionalmente non volevo che lo facesse ma ogni mia reazione fu subito bloccata da una frastornante vampata di perverso piacere. Lui si calò i pantaloni a mezza coscia, tirò giù gli slip e apparve il suo pisello dritto e maestoso come un sacro totem. Lo lasciò libero qualche attimo e poi, per continuare ad esibirlo senza troppe coperture, se lo prese con due sole dita. Passando dallo schermo a l’immagine dal vivo la faccia di Filippo da rossa che era si fece letteralmente viola, ma non distolse comunque lo sguardo. Scorrevano i minuti, in TV era tutto finito, e nel ritrovato silenzio della stanza Luca imperterrito, lentissimo, continuava a segarsi. Il quindicenne seguiva con gli occhi ogni movimento, ogni dettaglio. Con un sforzo immenso resistetti dal buttarmici sopra affamato e attesi paziente la sua naturale esplosione. Schizzò ovunque, sulle gambe, sui pantaloni, per terra sul tappeto.
Il tempo di riprendersi e corse in bagno a pulirsi. Scossi Filippo dal suo torpore inebetito, forse era il tempo per lui di tornarsene a casa. L’impegno a mantenere il segreto su quanto successo, un mezzo saluto e scappò via. Ero certo che sarebbe subito corso in bagno a smanettarsi a mille il cazzettino.
Io e Luca preparammo il letto, ormai entrambi eravamo veramente sazi. Qualche bacio, qualche toccatina affattusa, il mio gesto rituale d’impugnarli il sesso e ci mettemmo a dormire.

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Amicizia oltre ogni confine – parte 6

Quel lunedì mattina mi svegliai felice. Mi sentivo completo, in armonia con me stesso, con Luchetto, con il mondo. Ero appagato per il sesso della notte appena passata. Ero emozionato nel ritrovare lì accanto il mio ragazzo ancora addormentato . Soprattutto ero soddisfatto per l’intuizione con cui avevo risolto il grande enigma. Finalmente avevo compreso quel diciassettenne, avevo svelato il mistero di tutte quelle incomprensibili e impulsive ambiguità del suo carattere.
Come jekyll e Hyde anche lui appariva scisso nell’anima, come se il suo corpo fosse il campo di battaglia di due opposti spiriti sempre in lotta fra loro. C’era un Luca tanto spavaldo e prepotente da farsi quasi arrogante, e poi c’era un Luca che al contrario poteva diventare così remissivo da sembrare svuotato di ogni autonoma volontà. E questa sua duplicità era davvero comica e grottesca perché, come avevo scoperto, il passaggio da una all’altra delle sue personalità non dipendeva da una qualche magica pozione, da una potente droga, ma era semplicemente l’effetto dell’eccitazione sessuale.
Adesso capivo perchè in certe situazioni desse prova di un formidabile autocontrollo del suo corpo. E io, io solo, avevo scoperto il suo prezioso segreto, conoscevo il giusto interruttore da manovrare. Sul letto, con lo sguardo ripercorrevo quel corpo addormentato lì accanto a me, ed eccola! Ecco la leva che attivava la trasformazione: quel suo meraviglioso pisellino. Una tiratina, due palpatine e subito una potente erezione avrebbe travolto la sua mente. Ancora una volta si dimostrava come per Luca il suo cazzo fosse l’unico e vero punto d’equilibrio, culmine geometrico del corpo e sensibile spinotto per comunicare direttamente con l’anima.
Compreso tutto ciò avrei potuto facilmente sottometterlo al mio potere. Che bello! Avrei avuto uno schiavetto sessule sempre a mia disposizione, sempre pronto ad eseguire le più assurde perversioni e le più insane fantasie. Lo devo ammettere, per un pò divagai tra mille fantastiche visioni, mi cullai dolcemente immaginando mille intricate possibilità. In verità però io non volevo questo, non desideravo un animale ammaestrato, io cercavo un ragazzo da amare. E sapevo che anche lui non l’avrebbe voluto. Si sarebbe sottomesso certo, ma solo perchè travolto da impulsi incontrollabili, e nel farlo avrebbe immensamente sofferto, fino a distruggersi, fino a morire.
E poi, non erano proprio l’esagerato eccesso della sua strafottenza, la gratuità della sua “crudeltà” ad essere il più lampante segnale di una inconscia richiesta d’aiuto? La manifestazione di uno sforzo interno per sbloccare le catene che lo legavano? Ecco allora il mio compito! D’ora in poi mi sarei occupato io di “guarirlo”, avrei “ricucito” la frattura che spezzava la sua anima. Ero fiduciso e ottimista. Del resto non era già successo quella stessa notte, mentre lo spompinavo, che Luca ad un certo punto s’era fatto timidamente più attivo, più prepotentemente eccitato? Bastava poco, un pò di pratica, un pò di sano esercizio, e sarei riuscito a liberarlo da quel grottesco problema.
Subito immaginai un programma di lavoro, ripassai nella memoria alcuni testi di pedagogia che mi erano capitati sotto’occhio mesi prima. E poi mi accorgevo della totale idiozia. E Ridevo dell’assurda comicità d’applicare le pedanti teorie di quei libri ad un pisello in erezione. Comunque alla fine mi venne in mente un’idea. Adesso sapevo come agire. QUEL GIORNO MI SAREI DEDICATO A SVOLGERE IL MIO COMPITO . Avrei …
Ma ecco il mio dolce Luchetto s’era svegliato:
«Che ore sono …? C’é un pò di caffé? »
Che tenerezza con quella vocina mollemente impastatata e poi che spettacolo vederlo mentre nudo e tutto arruffato tentava di districarsi goffamente dal lenzuolo. Impostai la macchinetta per un caffé. Lui corse in bagno. Il rumore dello sciacquone, il getto del lavandino. Stavo giusto versando la calda bevanda quando due braccia forti m’abbrancarono da dietro, una fortissima stretta alle mie palle:
«Allora?! È pronto questo caffé? Dammi qua! Stai versando tutto fuori!»
Brancolavo senza fiato, piegato in due dal dolore. E lui ancora tutto nudo li davanti a guardarmi con un sorrisetto da ucciderlo di botte. MALEDETTO! Ma non mi sorprendevo più di quelle strafottenti escandescenze umorali, anzi. Era la migliore occasione per confermare con una prova definitiva le mie teorie psicologiche. Un attimo per riprendermi, studiare la situazione, e gli saltai addosso puntando dritto alla sua tanto preziosa appendice. La foga del mio assalto lo sorprese. Perse l’equilibrio e si rovesciò sul tavolo del cucinotto. I piatti della cena del giorno prima, la tazza della mia colazione, tutto caduto a terra in frantumi. Ma di fronte a quella scena CHI SE NE FREGA! Luchetto giaceva nudo di schiena su una tovaglia a quadrettoni, un piede appena puntato su una sedia e l’altro penzolante dall’altra parte, le mani avvinte ai bordi del mobile per paura di scivolare giù, gli occhi stravolti, qua e la la pella sporca d’olio, di latte e di caffé. Messo così sembrava proprio la cavia sul tavolo da laboratorio del mio esperimento e naturalmente. Ben stretto nella mia mano il suo pisello già prendeva forza e vigore.
Lo guardavo ammirato. Pochi istanti ed ecco la trasformazione. Quei suoi occhi liquidi e imploranti. Le membra quasi abbandonate. Le labbra frementi. MERAVIGLIOSAMENTE INERME! TUTTO DA ASSAPORARE!
Presi a stimolargli il pisello non con una vera e propria sega, piuttosto un lento massaggino . E intanto aprofittai della sua placidità per gustarmi gli splendidi capezzoli con large poppate e forti succhiotti. Sotto le mie cure il suo corpo vibrava a tratti, incontrollato. Pochi istanti e già il mio cazzo durissimo reclamava la sua parte. Estrassi il mio pisello dai soliti pantaloncini che indossavo, lo poggiai sulle sue labbra e subito una dolce linguetta si prese cura della mia cappella. Ero in deliquio. Ne volevo ancora.
NO! NO! Basta con quei giochetti! Dovevo applicarmi all’esercizio didattico che m’ero inventato. Ma lui era così docile che subito mi tornarono ancora in mente mille fantastiche perversioni. Mi abbandonai ad esse. PERCHÉ ERO FATTO COSÍ! Perché mi distraevo tanto facilmente dagli impegni più importanti?  Inutile arrovellarsi, in quel momento avevo per la mani un fresco diciassettenne tutto da mangiare.
Pensai subito la cosa più banale e come un forsennato aprì tutti gli sportelli, i cassetti, il frigorifero … NULLA, niente nutella, niente panna, niente fragole banane o affini. Non avevo i classici del genere. Mi soffermai a cercare in frigo, l’avrei sodomizzato con una zucchina . NO! non volevo, non era giusto. Trovai uno Yogurt abbandonato, era ancora buono, lo presi. Lui era sempre sdraiato lì, eccitato, inerme. Mi avvicinai al suo viso, aprì lo Yomo. Non doveva fare ancora colazione? Intinsi dentro il mio cazzo . FREDDO. lo porsi come un cucchiaino alla sua bocca . CALORE DELLA LINGUA . Andammo avanti così e finimmo tutto il contenuto della vaschetta. Di nuovo immobile in attesa . Gli girai tutto intorno, m’allontanavo, m’avicinavo, lo studiavo da varie prospettive mentre lui mi seguiva con lo sguardo. Il duro legno dove era sdraiato lo costringeva a stare scomodamente orizzontale e questo esaltava la verticalità pulsante del suo pene eretto. era già bellissimo ma volevo vederlo in azione:
« Tirati una sega Luchetto. Fammi vedere »
Lui sempre ubbidiente prese lentamente a masturbarsi . Già il suo corpo iniziava quel suo caratteristico moto ondoso. Io mi sedetti ad una sedia dal lato della sua intimità, presi le sue caviglie e piegandogli le gambe feci appoggire i suoi piedi ai bordi del tavolo. Adesso era completamente esposto al mio sguardo: la sua mano intenta a menarsi il cazzo, le palle ballonzolanti, I peli che scendendo s’andavano a diradare fino. Eccolo il suo buchino. Lo vedevo bene e vicino per la prima volta. Mi succhiai un indice, iniziai a tastarlo con delicatezza, al centro, tutto intorno. Luca tremolava. Succhiai di nuovo il mio dito, lo insalivai per bene. Lo penetrai. Subito contrasse il muscolo, abbozzò un lieve arretramento, tornò di nuovo verso di me, si rilassò . Entrai più a fondo lentamente. Era tutto dentro. Percepì il calore, la pressione . Girai la mano fino ad avere il palmo in alto, piegai il dito al suo interno, stimolai la prostata. Di colpo accelerò forsennato la sega mentre con uno sforzo immenso prese ad inarcarsi, a sollevare il culo dal tavolo. S’agitava convulso. Sentì improvvise e forti contrazioni al dito e vidi lo schizzo di una fontanella prorompere dal suo cazzo. Lo liberai della mia intrusione. Respirava ansante. Rimase comunque fermo, steso sul tavolo. Io allora mi buttai sul letto per ammirare ancora un pò, da più lontano, quel suo corpo scompostamente abbandonato.
Era sporco di tutto: cibo, sudore, sperma. L’aiutai ad alzarsi e poi ad evitare i taglienti frammenti di stoviglie per terra. Lo accompagnai affettuoso verso il bagno. Aprì l’acqua della doccia, il tempo di togliermi i pantaloncini, entrammo nel box insiem…
«Marco apetta! Devo fare pipì »
UFFA! Lo lasciai, fece due passi verso la tazza. Subito lo rincorsi. ERA IL MIO BAMBINO! COME POTEVA FARLA DA SOLO! Si abbandonò alle mie cure: lo presi in mano e lo scappellai dolcemente, attesi. Non usciva. Il suo imbarazzo. Chiuse gli occhi, ed ecco il flusso. Il tempo di una sgrullatina e finalmente eravamo sotto l’acqua della doccia. Gli spugnai per bene Il petto. Una strizzatina ai capezzoli. La pancia, la peluria pubica. Passai con la mano il suo sesso, le palle. E NO! Era da poco venuto e già riprendeva vigore, lo abbandonai subito, adesso bisognava lavarsi. Lo girai violento e presi a passargli forte la schiena. Si la schiena. ma più in basso c’era il suo culetto. QUANTO ERA BELLO. Non potevo resistere, e poi non avevo deciso di lavarlo per bene. Veloce scivolai sotto con la mano, di nuovo il mio dito solleticava il buchetto, di nuovo lo penetrai. Ma questa volta, ben lubrificato dal bagno schiuma e dall’acqua, iniziai a muovermi ritmicamente dentro e fuori. Lui subito reattivo si appoggiò con la testa e le braccia al muro, allargò le gambe, si alzò sulla punta dei piedi, sporse in fuori il culo. ERA UN MOSTRO DI SENSUALITÀ. Pochi secondi e mi ritrovai quasi senza accorgermene con una mano nel suo buco e l’altra a segarmi furioso. Era deciso, era giunto il momento, lo dovevo scopare, lo dovevo fare mio definitivamente. Non so come ma mi fermai. No, non ancora, non sotto la doccia, non in quel modo. La sua verginità era un frutto prezioso e delicato che non potevo guastare preso da una bramosia impulsiva e affrettata. E poi quella mattina mi ero prefisso un compito, dovevo guarire la sua incontrollata e totalizzante passività, avevo già in mente un piano preciso. Ora dovevo finire la doccia e starmene buono.
Abbandonai il mio pisello e il suo dolce buchetto, mi guardò un’attimo sorpreso. Non lo feci neppure pensare che già lo spinsi e lo feci accovacciare ai miei piedi. Non c’era molto spazio ma così mi sembro più facile lavargli la testa. Continuai a lungo ad insaponare, a sciacquare, a massaggiare i suoi capelli. Basta! Ero soddisfatto, avevo finito, chiusi l’acqua:
«Luca, dai alzati che ti asciugo»
Lento provò ad lazarsi, ricadde giù.
«Dai Luchetto! Alzati »
Mi guardò con un lampo negli occhi:
« E tu? Tu Marco non ti devi lavare?»
Sempre seduto ai miei piedi prese veloce la spugna e iniziò a frizzionarmi violentemente le gambe …

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Amicizia oltre ogni confine – parte 5

Come sulla spiaggia, al contatto dell’acqua freddissima, c’è chi rimane a lungo incerto tra l’immergersi a piccoli passi o invece tuffarsi risoluto nel mare, così Luca ondeggiava dubbioso davanti al mio membro eretto.
Io seduto tranquillo sul divano lo guardavo lì in ginocchio, tra le mie gambe. Ero completamente rapito dalla scena e silenziosamente bramoso della sua iniziativa. Lui scostava l’ingombro dei miei pantaloncini, impugnava l’asta e la piegava verso di se. Il suo caldo alito già riscaldava la mia cappella. Ancora pochi centimetri. Ma d’improvviso abbandonava, scioglieva la presa delle dita, ritraeva il capo. Io paziente osservavo, senza ne chiedere ne forzare. Ma ecco il brivido di una mano più forte e piena, il repentino chiudersi dei suoi occhi. Ma s’impegnò solo nel ritmico movimento di una sega. Aveva rinunciato. Avevo desiderato di più, fà niente, ci sarebbe stata un’altra occasione.
Eravamo lì da uno. forse due minuti, io seduto e lui inginocchiato a menarmi il pisello quando s’interruppe urlando:
«NO!»
Lo guardai spaventato. Mi fissò dritto negli occhi il tempo d’un istante e il mio cazzo fu risucchiato prepotentemente nella sua bocca. Era stato così rapido e violento da provocarmi una fitta dolorosa. Lui invece, che nella foga era andato troppo a fondo, dovette lasciare tutto per tossire convulso.
Ma il tabù era ormai infranto: qualche attimo per riprendersi e subito ricominciò a pompare. Questa volta con più calma e attenzione. Non provai subito il godimento fisico, era ancora troppo rozzo e impacciato, ma lo stesso fui avvolto da un turbine di emozioni tutte nuove e bellissime. Godevo nel vedere quel cespuglio di capelli abbassarsi ritmico sulla mia virilità. Godevo del gusto proibito e per me nuovo e inaspettato di ricevere un pompino da un’altro maschio . Godevo nel vedere il mio Luchetto offrire tutto se stesso.
Poi, finalmente saziata la sua ingorda inesperienza, iniziammo entrambi ad assaporare il reciproco piacere di quel gesto. Luca provò e sperimentò tutte le possibilità offerte dall’incontro di quei due organi tanto diversi. Sentivo tra mille brividi la liquida morbidezza della sua lingua ora nel delicato avvolgermi l’esttremità più sensibile. Ora nella pressione lungo l’asta, schiacciata forte contro la bocca con una mano. Ora nel rilassamento di ogni tensione quando infine leccava placidamente lo scroto. Provai spasmi intensi quando le sue labbra carnose si racchiudevano intorno alla base della cappella. E il pizzicorio di suzioni più delicate e dei baci. E l’abbandono nelle molli poppate delle mie palle.
Io affondai le dita tra i suoi capelli per guidarlo e lui ubbidiva sempre ad ogni mio cenno, sia che fossero forti strattoni o leggere toccatine. Mai lo sorpresi a maneggiare il suo pisello. Mai dedicò anche un pò d’energia al suo piacere. Mai impuntò le mani a resistere contro le mie spasmodiche tirate di capelli, le mie spinte, la mia penetrazione. Anzi si impegnò con tale voglia e testardaggine che alla fine raggiunse l’inverosimile. Pur fiero delle mie dimensioni non sono un super dodato ma rimasi lo stesso sconvolto quando vidi il mio cazzo interamente risucchiato nella sua bocca, quando sentì la mia cappella battergli contro la gola.
Si ripetè più volte in questa incredibile performance e allora, giudicandolo ormai pronto, diedi pienamente sfogo al mio istinto: Strinsi violento i suoi capelli per affogarlo in una vera e propria scopata orale. Colpi forti e profondi. Poi un pò di tregua. Lo vedevo paonazzo recuperare fiato. Mi abbandonavo alla sua iniziativa. Tornava a pompare da solo. Poi leccava. Poi ancora pompava. Poi baciava. E poi ancora io l’abbrancavo ingolfandolo col mio cazzo.
Stavo navigando nel mare di un piacere assoluto. Giunsi purtroppo in vista della meta finale. Con uno scatto recuperai il mio cazzo da quella bocca, lo vidi grondante di saliva.
«Stò per venire … Con la mano! CONTINUA CON LA MANO! CONTINUA!»
Lui eseguì ubbidiente. Eccolo. Ancora poco. Il punto di non ritorno.
«Vengo! Vengo!»
E Luca D’IMPROVVISO, IMPREVEDIBILE E MERAVIGLIOSO: la sua lingua chiuse con decisione il cretere della mia eruzione. A ondate il mio seme prese a colare. E come la glassatura di un dolce un bianca pellicola ricoprì la cappella, l’asta, gocciolò dalla sua mano. Appena calmati gli spasmi Luca si tuffò a leccare goloso il suo prezioso dolcetto. Quanto era tenero, innocente, devoto. Come potevo meritarmi tanto, proprio io che ancora poco prima, davanti ad Erika, avevo provato paura e vergogna ed avevo vissuto nell’ansia di essere stato “scoperto”.
Mi resi conto che ancor prima di ricambiare già in quel momento, SUBITO! Dovevo CONDIVIDERE quello straordinario amore. Lui intanto, preso dalla “pulizia” del mio pisello, aveva abbandonato in aria la mano ancora intrisa di me  L’afferrai e d’impulso mi buttai a leccare e a succhiare. Dito per dito. Non avevo mai assaggiato il mio sperma. Non mi piacque affatto, non ci pensai. Dovevo farlo. Dovevo farlo per lui.

Luca alla fine, esausto, appoggiò la testa sulle mie ginocchia. Rimanemmo per un pò così. Ma ecco di nuovo i suoi occhi luminosi e sorridenti. L’agilità di un un balzo felino per abbracciarmi e confidarsi nell’orecchio:
«Marco! … È stata la mia prima volta …!»
E poi tornando ad incrociare il mio sguardo, con tono implorante:
«Ti prego ti prego! Ancora! Ancora! Voglio rifartelo! Dammelo ancora! Adesso!»
Che meraviglioso insaziabile animaletto! Questa volta però non lo accontentai. Ci alzammo in piedi, lo baciai e poi, passandogli dolcemente le dita tra capelli fradici e scomposti:
« Adesso tocca me! Anche per me è la prima volta … Vieni … Aiutami … Apriamo il letto»

Come nella notte di Natale, quando nel pacco sotto l’albero un bambino già indovina il regalo tanto sperato e già si angoscia nel terrore che la mezzanotte non possa giungere mai, così io fremevo inappagato a un passo dal mio desiderio.
Steso sul letto guardavo dal basso Luca, seduto a cavalcioni sul mio petto . Puntava lentissimo il membro eretto contro il mio viso. Il suo dolcissimo profumo già stuzzicava le mie narici. Ancora pochi centimetri. Ma d’improvviso rinuciava, si rialzava un poco sulle gambe, ritraeva il pube.
Era come se fosse travolto da emozioni così potenti da paralizzare il suo intero corpo, da inibire ogni residua forza di volontà. Io godevo lo stesso anche nel guardarlo, sarei stato ancora un pò paziente. Ma ecco finalmente. Era ancora troppo sollevato ma già sulla verticale della mia lingua tesa e desiderosa. Alzai il capo. Ancora un pò. Ancora. Un brivido irripetibile nel toccare il frenulo. A quel primo minimo contatto una contrazione nervosa spinse di nuovo in alto il suo cazzo . Ma ecco che tornò a posarsi sul premuroso sostegno delle mie labbra. Allora, ad evitare altre fughe, imboccai rapace tutta la cappella.
Un’altro tabù era stato abbattuto: piegai la testa per meglio accoglierlo. Mi mossi un pò in avanti. Provai una morbida pienezza. Per la prima volta avevo un pene in bocca!!! Luca rimaneva immobile. Io ne aprofittai per assaporare con calma, ad occhi chiusi, le varie sensazioni provocate da quell’intrusione. Subito ebbi la sconvolgente consapevolezza di trattenere dentro di me un cilindro di carne viva e pulsante, un corpo reattivo ad ogni mia stimolazione. La mia lingua esplorava l’ovattata consistenza della cappella, le mie labbra stringevano la durezza dell’asta, ne misuravano tutto il calore.
Le continue contrazioni del pisello e l’involontaria vibrazione delle membra erano gli unici movimenti di Luca, per il resto continuava ostinato a stare fermo. Riaprì gli occhi e mi apparve trasognato, rilassato, sospeso in un’altro tempo. Era come se un magico incantesimo l’avesse racchiuso in una soffice bolla. Iniziai veramente a credere che se avessi abbandoonato il suo sesso, anche solo per un istante, lui sarebbe volato in alto per poi galleggiare morbidamente a mezz’aria.
Lo feci uscire dalla bocca . Non volò via! Ma che inaspettata sorpresa! Svuotato di quella pienezza mi sentì di colpo come incompleto, privato di una parte essenziale del mio essere. Adesso capivo perchè dopo avermi spompinato lui avesse tanta voglia di ripetersi, di riprendere subito a succhiare il mio cazzo. Scivolai più in basso a leccare la rugosa superficie delle sue palle e poi risalì lungo l’asta, era bellissimo ma io avevo fretta di ritrovare nella mia bocca quel caldo volume. Sostai più a lungo solamente sul frenulo dove ripetute e violente contrazioni mi avevano rivelato quanto gradisse. Lo appagai per un pò ma presto tornai bramoso ad imboccarlo. Di nuovo quell’indescrivibile senso di pienezza!
Perché Luca non si muoveva! Perché non aprofittava! Perchè non prendeva a violentarmi la bocca! Io volevo offrirmi passivo alle sue voglie, volevo ricambiare la sua inerme dedizione, volevo provare contro la mia naturale aggressività l’emozione di essere posseduto.
E INVECE NULLA! LUCA ERA IMMOBILE!
Ero steso a letto, lui a cavalcioni sul petto mi sovrastava, mi schiacciava, la sua cappella già invadeva la mia bocca. INCREDIBILMETE però quello ATTIVO ERO IO mentre LUI RIMANEVA PASSIVO.  Il lampo di una formidabile intuizione. Improvvisamente compresi il suo impulsivo e imprevedibile carattere. Avevo capito, ma non persi altro tempo a riflettere, in quel momento avevo un’altro urgente impegno: dovevo soddisfare un corpo implorante, dovevo dare sfogo al mio Luchetto.
Lo presi con le mani per le sue chiappette sode. Lo attirai a me. Il suo cazzo penetrava a fondo la mia bocca. Penetrava la mia mente. Ero stordito. Fu meraviglioso. Fu faticoso. Volevo respirare. Volevo trattenerlo. Il pisello di Luca era un pò più corto del mio, ma allora come aveva fatto lui a divorarmelo tutto se per me adesso era tanto difficile con il suo? Riprovai. Allenai la mia bocca. Finalmente sentì i peli del pube con le labbra. E allora presi a pompare, lento, veloce, a scatti. Lo spingevo da dietro verso si me. Avanzavo con la testa. E poi rallentavo. ripassavo la cappella con la lingua. E riprendevo ancora a penetrarmi.
Sommerso dal piacere anche Luca, a poco a poco, si sciolse e timidissimo provò a liberare il suo desiderio: chinò il busto in avanti, appoggiò le mani sul letto e timoroso iniziò a muoversi ritmico dentro la mia bocca. Le mie mani, sempre avvinghiate al suo culo non servivano più per attirarlo a me, adesso segnavano il limite del suo ritrarsi indietro, impedivano che il suo cazzo potesse abbandonarmi. La mia bocca non lo lasciò più, non volevo perderlo, non volevo che finisse mai. Percepivo la sua erezione farsi ancora più rigida e compatta, subivo affondi più decisi, sentì una voce lontanissima:
« Marco … Marco, MARCO»
Un sostanza calda m’invase e io subito respinsi il suo corpo, lo feci uscire e lo fermai a pochi centimetri dal mio viso. No, non era affatto ribrezzo, tuttaltro, volevo la sua calda pioggia su di me. In bocca, sulla faccia, sul naso, sulle labbra. Volevo vedere il suo orgasmo con gli occhi. Quando ebbe finito lo feci rientrare, lo accolsi di nuovo per intero nella mia bocca, lo trattenni fino al completo rilassamento poppandolo dolcemente. E forse stavo già abituandomi a quel sapore ma in ogni caso, a differenza del disgusto provato con il mio seme, trovai il suo di una gusto dolcissimo.
Luchetto alla fine scivolò giù lungo il mio corpo, mi guardò negli occhi. Scambiammo un bacio caldissimo. Mi ripulì il viso con dolci leccatine. Ci baciammo ancora.

Quella sera, quando andammo a dormire, Luchetto si accoccolò su un lato, in posizione fetale, e io subito dietro di lui protettivo. Prima d’addormentarsi prese la mia mano, la baciò e la pose sul suo sesso. E poi, quasi in un soffio:
«Ti amo»

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Amicizia oltre ogni confine – parte 4

Quella domenica mattina mi svegliai stordito in un caldo torrido. Addosso un sudore apiccicaticcio. Una luce abbagliante mi ferì gli occhi. Non riuscii a ripararmi, girarmi … Troppo debole? Possibile? Riprovai inutilmente … Una forte pressione sullo stomaco mi bloccava e mi chiudeva il respiro.
Apparvero forme sfocate … Lentamente riordinai le mie percezioni: Luca incombeva su di me, seduto di peso sulla mia pancia, le sue gambe, distese sui fianchi legavano le mie braccia. Uno sguardo glaciale puntato contro di me. Perché? Improvvisamente ricordai la notte passata.

Con fatica mi alzai, andai in bagno e mi gettai sotto la doccia. Mille pensieri pervasero la mia mente. Luca. Erika. Ma soprattutto Luca. Rimasi sotto quell’acqua purificatrice per più di mezz’ora per rilassarmi, per riflettere, per abbandonarmi. Quando riaprì la tenda il mio accappatoio volava di quà e di là per il bagno:
«LUCAAA!!! FERMATI!!! … Maledettisimo … Se ti prendo! »
«Allora Marco! Hai finito di lavarti? E da un’ora che stai lì sotto»
Il mio Luchetto spavaldo e scherzoso. Saltellava ovunque. Imprendibile. E poi di colpo si fermò, serissimo in volto. Sarei mai riuscito a capirlo? Mi restituì l’agognato accappatoio. Solo allora mi accorsi che era completamente svestito. Mi aiuto amorevole ad asciugarmi, mi spogliò del telo. Rimanemmo un’attimo occhi negli occhi. In piedi. Nudi.
Delicatissimo mi prese una mano, la portò a se, la chiuse a pugno intorno al suo sesso:
«Il mio pegno d’amore … Per te … Marco»

Per la prima volta toccavo il sesso di Luchetto. L’avevo stretto con forza la notte passata, l’avevo palpato e massaggiato ma da sopra i boxer. Solo un volume, una forma. Adesso finalmente ne percepivo tutta la calda morbidezza. E non era per eccitarlo o per segarlo. Nello scrigno della mia mano lo custodivo mollemente inerme.  Lo trattenevo perché era un PEGNO D’AMORE . Era un piccolo frutto dolcissimo. Era un … Non sono un poeta, non riesco a trovare le parole per decrivere le mia emozione.

I suoi occhi profondi.  Quello sguardo tenero e deciso, supplichevole e imperioso. Nel momento ero rimasto stupito della teatralità apparentemente comica del gesto, mi arresi subito alla sua sublime purezza. Voleva essere lui a donarsi.
Intorno a noi un silenzio infinito. Lo baciai sulle labbra . Mi abbassai . Aprì appena la mia mano . Lo baciai dolcemente sul sesso . Richiusi le dita . Di nuovo i miei occhi nello specchio dei suoi . Ci avviammo verso il letto assieme, abbracciati.

Sul letto, lo baciavo mollemente standogli addosso . E lo baciavo ancora e ancora . Baci leggeri, baci delicati . Il lieve contatto delle nostre labbra . Mi scostavo un pò, esploravo il suo volto con lo sguardo . ll profilo morbidamente tondeggiante, l’abbronzatura del primissimo sole estivo, gli occhi appena socchiusi . Le labbra umide e frementi. Allora stuzzicavo dispettoso quelle carnosità rosate con fugaci leccatine, inumidivo i baffetti appena accennati. Resistevo per un pò ai suoi affanati tentativi di raggiungere un contatto più pieno . E poi scioglievo sempre il suo desiderio esplorandolo prepotentemente nella bocca . La mia lingua tesa e scattante ad intrecciarsi con la sua.

Sul letto, fradici di sudore, ci impegnavamo in un lotta infernale, le lenzuola sonvolte dal nostro forsennato rotolare. A volte era Luchetto a vincere e allora mi bloccava i polsi e si sedeva trionfante a gambe larghe su di me. Schiacciato tra il su culo e le sue palle il mio pisello riprendeva rapidamente vigore  e Luca assaporava quel contatto strofinandosi li sopra ritmicamente, da destra a sinistra e viceversa. Un’attimo di distrazone, un minimo rilassamento dei muscoli e io di nuovo riuscivo a liberare un braccio per assalirlo a colpi di solletico.
Ecco! Ora ero io a sovrastarlo. A provare io la forza crescente della sua virilità sotto di me. E allora rivedevo ogni volta come quel ragazzino, che un attimo prima si agitava ancora scomposto, abbandonarsi totalmente. Gli occhi persi nel vuoto. Incapace nel momento dell’eccitazione di una qualsiasi reazione.
Approfittavo della sua arrendevole immobilità: scivolato al suo fianco mi dilettavo nel maneggiamento del suo pisello eretto. Ne saggiavo la resistenza piegandolo verso il basso. Giocavo delicato nel coprire e scoprire la lucida cappella. Lo impugnavo leggero e immobile aspettando paziente che perdesse vigore . Toglievo la mano e ne ammiravo la dolcissima molezza. Pochi attimi perché lui prepotente tornava ad attaccare e lottare.

Sul letto, mi rilassavo sdraiato a pancia in giù, il capo affondato nel cuscino, Luchetto accovacciato sulle gambe mi massaggiava dolcemente la schiena . Affettuoso grattava la mia testa con le dita affondate nei capelli. Oppure, passava le sue mani forti e tonificanti sulle mie spalle, lungo la spina dorsale giù fino ai glutei. E poi ancora accarezzava con le labbra tutto il mio corpo. Mille e mille amorevoli bacetti. Sui capezzoli. Sull’ombelico. Sulle gambe. Sulle dita dei miei piedi.

Sul letto, come fosse un piedistallo, Luchetto si ergeva in piedi giocando col lenzuolo in atteggiamenti buffissimi. Ripeteva nella posa l’esempio di qualche scultura classica . Io turista curioso per un pò lo ammiravo divertito. Mi avvicinavo. Ma un attimo prima del mio abbraccio sgusciava sempre via rapidissimo. Iniziava un inseguimento convulso attraverso e intorno al letto. Lo raggiungevo, lo abbrancavo lì in piedi in mezzo alla stanza. Infine si arrendeva, apriva il lenzuolo, lo arrotolava strettisimo intorno a noi. Subito riprendevamo ingordi a baciarci.

I nostri corpi erano sempre a contatto, i nostri piselli più e più volte apparvero vistosamente eretti ma mai abbandonammo quei giochi per andare oltre. Nonostante palpeggiamenti di ogni tipo non ci fu, da parte di nessuno dei due, neppure l’abbozzo di una sega. Non cercavamo il piacere sessuale perchè entrambi, in tacita sintonia, volevamo molto di più . Volevamo esplorare a fondo ognuno il corpo dell’altro, comprenderne le diverse sensibilità, sperimentarne le reazioni. Stavamo accordando le nostre diversità in un’unica melodiosa armonia.

Alla fine stanco e felice Luchetto si abbandonò sul letto, a pancia in su, le braccia inerme ai fianchi, la schiena leggermente sollevata sul cuscino. Mi accoccolai al suo fianco, iniziai a succhiargli insistentemente un capezzolo, a popparlo con le labbra. E ancora una volta non era un’impulso carnale. Avevo biogno di lui. avevo bisogno di nutrirmi del suo seno. volevo stare lì, come un bambino in braccio a sua madre.
Mi strinse forte la testa sul petto con le braccia. Io allungai la mano e racchiusi delicatamente il suo pisello, il pegno d’amore. Mossi una gamba sopra le sue a coprirlo, a proteggerlo. Lui prese il lenzuolo tutto stropicciato, lo stese, lo avvolse su di noi. Ci addormentammo .

Uno squillo meccnico, doloroso, insistente. Mi svegliai di soprassalto, i colori del tramonto alle finestre. Luchetto addosso a me ancora assopito. DRIIIIIN! DRIIIIIN! DRIIIIIN! Il citofono suonava. Chi era? Chi poteva essere? ERIKA!!! Era Erika!!! PANICO!!! Svegliai violentemente Luca. DRIIIIIN! DRIIIIIN! Continuava a fissarmi imbabolato perso.
«Luca ALZATI! VESTITI! IL CITOFONO!»
DRIIIIIN! DRIIIIIN! Dovevo vestirmi, dovevo chiudere il letto nel divano. DRIIIIIN! DRIIIIIN!
«Luca MUOVITI! PRESTO!»
Confusione totale. DRIIIIIN! DRIIIIIN! Finalmente andai a rispondere.
«ERA ORA!!! Un’vita che sto qui appeso a suonare! Allora! Mi apri o no!?»
Una voce conosciuta. Come sospettato era Erika.

Aprì il portone.
Luca era ancora imbambolato e tutto nudo, dov’erano mutande e maglietta? La sua borsa? Gli passai solo i jeans, non trovai altro. Per me recuperai una camicia e un paio di pantaloncini leggeri. IL DIVANO-LETTO! Dovevo chiuderlo. PRESTO! Ricordarsi di accendere la TV. Andrea si sarebbe certo meravigliato di trovarci al buio, tutto spento.
DIN! DON! DIN! DON!
Erika era alla porta dell’appartamento. DIN! DON! Potevo farla entrare.
« Ciao Amore!!! Finalmente m’hai aperto. Perché tutto questo tempo? Stavo per andarmene!» «scusami amore… stavamo ancora dormendo…» speravo che abboccasse. «sempre i soliti siete!» Meno male. L’avevamo scampata.

Si fece strada dentro casa. Trovò la normalità di una qualsiasi domenica. Luca stravaccato sul divano con l’aria annoiata e un pò persa. Erika rimase con noi fino a dopo pranzo. Mi aiutò a lavare i piatti e a risistemare casa mentre Luca era impegnato con la mia play. Verso le tre Erika dovette andare per non compromettere troppo il suo rigidissimo programma di studi. L’accompagnai e appena uscita chiusi d’un colpo la porta. ADESSO LUCA!!! Pochi secondi e già ci stavamo rotolando baciandoci con foga. Tutte le combinazioni erano buone: in piedi, distesi, intrecciati a tastarci i cazzi in tiro.
Appena qualche attimo di pausa . Mi sedetti sul divano . Lui si buttò sulle mie gambe. Lo lasciai fare. Prese a sbottonarmi la camicia: via un bottone e subito un bacio sulla pelle, via un’altro bottone e un’altro bacio. Quando ebbe finito si lanciò sui capezzoli. Mordicchiava, leccava, apriva le labbra a ventosa e risucchiava. Ero in estasi, la testa rivolta al cielo, gli occhi socchiusi.
Appena sazio di un capezzolo passava subito all’altro scorrendo con la lingua sul mio petto … una … due … tre volte. Poi all’ennesimo passaggio cambiò direzione e colò sull’ombelico. S’insinuava con la lingua oppure leccava e tirava con le labbra i peli che da lì scendono al pube.
Poi non sentì più il suo contatto. Abassai la testa e lo vidi inginocchiato tra le mie gambe. Qualche attimo e infilò una mano nei miei pantaloncini. Impugnò il mio pisello. Morbidamente lo tirò fuori da sotto, dalla coscia. Lo lasciò libero nella sua erezione e lo fissò a lungo. Lo prese nuovamene in mano. Lo piegò leggermente verso il suo viso …